5 anni alla Farnesina
2001 - 2006














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ATTIVITA’ PARLAMENTARE
15 luglio 2010. Missione Comitato Schengen a Palazzo san Gervaso (PZ)
Incontri: con il Prefetto di Potenza e con i rappresentanti delle forze dell’Ordine; Con il Sindaco di Palazzo San Gervaso e un rappresentante della Regione; con il Dirigente dello Sportello unico per l’Immigrazione; con un rappresentante della Provincia e della Caritas. Incontro con i rappresentati dell’imprenditoria locale e dei sindacati del settore agricolo.
14 – 15 -16 giugno. Missione in Niger
Margherita Boniver, inviato speciale del ministro degli Affari esteri Franco Frattini per le
emergenze umanitarie e le situazioni di vulnerabilita', partira' domani alla volta del Niger per una missione che si concludera' il 17 giugno. Lo rende noto la Farnesina. Nel quadro della politica di particolare attenzione del governo italiano verso il continente africano la visita della Boniver consentira' di compiere una valutazione diretta della situazione e delle necessita' di un Paese tra i piu' poveri al mondo, fortemente colpito dalla siccita', e dove la Cooperazione Italiana e' fortemente impegnata in vari settori, tra cui spiccano quello dello sviluppo agroalimentare e quello sanitario, spiega la nota. Boniver avra' incontri con le Agenzie internazionali che operano nel settore degli aiuti di emergenza, visitera' i siti per la distribuzione di alimenti del Programma Alimentare Mondiale e si rechera' a Keita dove la Cooperazione Italiana e' presente con un progetto di sostegno
allo sviluppo locale, aggiunge. La missione rappresenta inoltre un'occasione per una ripresa di contatto con le Autorita' nigerine a seguito della recente riavvio delle consultazioni politiche con l'Unione Europea, interrottesi all'indomani del colpo di Stato del 18 febbraio scorso. Sono previsti incontri con le piu' alte Autorita' nigerine: il Capo dello Stato, Gen. C.A. Salou Djibo, il Primo Ministro Mahamadou Danda, il Ministro degli Affari Esteri Sig.ra Toure' Aminatou Maiga e il Ministro dell'Ambiente e della Lotta alla desertificazione, Gen. Abdou Kaza, conclude.
7 Giungo 2010 Discussione delle mozioni Boniver ed altri (n. 1-00338), Mecacci ed altri (n. 1-00344) e Evangelisti ed altri (n 1-00376) concernenti iniziative per la tutela dei diritti umani a Cuba, con particolare riferimento ai dissidenti politici e ai detenuti per reati di opinione
Relatrice Margherita Boniver
La Camera,
premesso che:
il 23 febbraio 2010 il detenuto Orlando Zapata Tamayo è morto all'ospedale dell'Avana, dove era stato ricoverato dopo 85 giorni di sciopero della fame. Zapata, un operaio dissidente di 44 anni, aveva iniziato lo sciopero della fame il 3 dicembre 2009 per protestare contro gli abusi che ha subito nel carcere di Camaguey; faceva parte di un gruppo di 75 dissidenti detenuti a Cuba dal 2003 ed era stato condannato a 36 anni per diversi reati, fra cui «vilipendio della figura del Comandante» Fidel Castro;
la famiglia di Zapata e le associazioni per i diritti umani hanno accusato il Governo cubano della morte del dissidente, che è stato trasferito nel reparto di terapia intensiva quando la sua situazione clinica era ormai irrimediabilmente compromessa. Il Presidente cubano Raul Castro si è detto dispiaciuto della morte di Zapata, negando che a Cuba ci siano torture e maltrattamenti di detenuti;
appare, invece, certo che a Cuba ci sarebbero circa 200 prigionieri politici, che le autorità cubane ritengono essere «mercenari» al soldo dagli Stati Uniti e che sono oggetto di un trattamento carcerario particolarmente duro;
dopo la morte di Zapata, la situazione dei dissidenti politici a Cuba è diventata oltremodo difficile, se non tragica. Quattro detenuti del carcere di alta sicurezza di Kilo Cinco y Medio nella provincia di Pinar del Rio (Diosdado Gonzalez Marrero, Eduardo Diaz Freitas, Fidel Suarez Cruz e Nelson Molinet) hanno cominciato lo sciopero della fame per protestare contro le autorità ritenute responsabili della morte dell'operaio Zapata. Un altro dissidente, Elizardo Sanchez, capo di un'associazione indipendente per i diritti umani, ha dichiarato in questi giorni che rifiuterà il cibo solido ed anche il giornalista-attivista Guillermo Farinas ha annunciato di aver cominciato uno sciopero della fame e della sete nella sua abitazione di Santa Clara;
sul caso, il primo nel suo genere specifico negli ultimi 38 anni a Cuba, Washington e Bruxelles hanno lanciato un appello per la liberazione di tutti i detenuti politici cubani, senza ottenere risultati pratici;
evidentemente il passaggio dei poteri tra Fidel Castro e suo fratello non ha attenuato per nulla la durezza del dispotico regime comunista, come invece era stato annunciato alla comunità internazionale da Raul Castro, accendendo delle speranze che purtroppo si stanno rivelando, alla prova dei fatti, del tutto vane,
impegna il Governo:
ad adoperarsi, sia nell'ambito dei rapporti bilaterali, sia nelle sedi internazionali, con particolare riferimento all'Onu ed all'Unione europea, affinché siano esercitate le più opportune ed efficaci pressioni possibili per ottenere la fine delle persecuzioni e dei maltrattamenti da parte del regime comunista cubano nei confronti dei dissidenti politici e dei detenuti per reati di opinione e che il loro trattamento sia reso meno disumano e rispettoso del principio fondamentale di civiltà dell'habeas corpus.
(1-00338) «Boniver, Pianetta, Santelli, Garagnani, Calderisi, Bertolini, Biancofiore, Picchi, Polidori, Benamati, Cazzola».
(4 marzo 2010)
1 giugno 2010. Mozione concernente iniziative per il disarmo e la non proliferazione nucleare. Relatrice Margherita Boniver
La Camera,
premesso che:
le convenzioni internazionali in materia di disarmo e di non proliferazione riflettono - più di ogni altro settore del diritto internazionale pattizio - le particolari condizioni geopolitiche esistenti al momento della loro conclusione. Se da un lato codificano in essenza la sfiducia reciproca alla base dei rapporti tra gli Stati contraenti, dall'altro sono il risultato di un processo di distensione che esse stesse concorrono ad alimentare;
in questo scenario va ricordato che la necessità di impedire o, quanto meno, di ridurre drasticamente la diffusione delle armi atomiche è stata ben presente sin dall'inizio dell'era nucleare. Nel gennaio del 1946, a pochi mesi dalla distruzione di Hiroshima e Nagasaki, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che impegnava gli Stati membri a non dotarsi di ordigni nucleari ed a limitare l'uso dell'energia nucleare a scopi esclusivamente pacifici. Sempre nel 1946, il Governo degli Stati Uniti, che all'epoca era l'unico Paese ad avere realizzato ed usato la bomba atomica, propose la costituzione di un'autorità internazionale con poteri di controllo ed ispezione su tutte le attività connesse con l'energia nucleare. Tale iniziativa, comunemente indicata come «piano Baruch», non ebbe successo, così come quella, quasi contemporanea, dell'Unione sovietica, che proponeva il bando delle armi nucleari e la distruzione di quelle già realizzate. Nei fatti, la logica dell'equilibrio strategico tra blocchi contrapposti ebbe il sopravvento;
dopo un periodo di costante aumento degli armamenti nucleari, scelta strategica nel mondo dei due blocchi, si è gradualmente avviata una nuova stagione caratterizzata da una serie di accordi che hanno determinato un'importante riduzione delle armi di distruzione di massa esistenti sul nostro pianeta;
nella seconda metà degli anni '60 Stati Uniti, Unione sovietica e Regno Unito posero, infatti, le basi di un trattato internazionale, che, prendendo atto della presenza sulla scena internazionale di Stati «militarmente nucleari» (NWS) e Stati «militarmente non nucleari» (NNWS), avrebbe dovuto impedire l'ulteriore diffusione degli ordigni atomici e perseguire, nel lungo termine, l'obiettivo di un disarmo nucleare generale e completo, garantito da un efficace controllo internazionale. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), attiva già dal 1957, fu incaricata sia di condurre le necessarie verifiche mirate ad evitare usi impropri dei materiali e delle tecnologie nucleari, sia di facilitare le applicazioni pacifiche di questa fonte energetica. Prese in tal modo corpo il trattato di non proliferazione, il cui testo definitivo, nel luglio 1968, fu aperto alla firma di tutti gli Stati, compresi quelli rimasti esclusi dal negoziato preparatorio. L'accordo, firmato a distanza di sei anni dalla «crisi di Cuba», fu concluso per una durata di 25 anni, allo scadere dei quali la maggioranza dei Paesi aderenti avrebbe deciso se prorogarne la validità indefinitamente, oppure per uno o più periodi di durata limitata;
oggi, inevitabilmente, l'attuale evoluzione verso un mondo multipolare, con futuri equilibri strategici essenzialmente regionali, non può non suggerire la necessità di un esame critico della materia, per garantire un processo di costante smilitarizzazione nucleare su scala mondiale;
in primo luogo, bisogna sottolineare che se moltissimi Paesi hanno nel tempo aderito al trattato di non proliferazione, alcuni continuano a restarne fuori: sono in realtà pochi, ma dotati di grande peso politico e militare a livello regionale. L'assenza di Israele, India e Pakistan dal novero degli Stati contraenti rischia, infatti, di minare alla base il trattato e focalizza le lacune attuali del regime di non proliferazione;
inoltre, i casi recenti dell'Iraq e della Corea del Nord hanno evidenziato alcuni punti deboli del sistema, in particolare in relazione ai controlli previsti, costituiti essenzialmente dall'obbligo dell'Aiea, l'agenzia incaricata dei controlli, di effettuare le ispezioni solo nei siti dichiarati e soltanto sulla base della contabilità del materiale nucleare. A ciò si aggiunge il problema delle cosiddette «ispezioni non dichiarate», che, spesso avversate dagli Stati interessati e comunque non tempestive a causa della procedura attualmente in vigore, contribuiscono a rendere il sistema abbastanza «penetrabile» nel suo complesso;
è, pertanto, auspicabile attribuire maggiori poteri e prerogative all'Aiea. In particolare, sul piano istituzionale, è necessario che l'agenzia operi in presa diretta con il Consiglio di sicurezza dell'Onu, potenziando i meccanismi la cui efficacia è stata dimostrata dagli eventi connessi alla guerra del Golfo. Sul piano operativo, è, inoltre, indispensabile che siano conferiti ai suoi ispettori poteri di indagine e strumenti tecnici di verifica finora giudicati troppo intrusivi. A tal fine, presso la stessa Aiea sono tuttora in corso i negoziati per la messa a punto del cosiddetto programma 93+2, che, lanciato nel 1993, secondo le previsioni iniziali avrebbe dovuto essere formalizzato entro i due anni successivi. I ritardi registratisi sono imputabili alla consueta riluttanza degli Stati ad accettare limitazioni della propria sovranità ed alla presunta preoccupazione che un regime di controllo più stringente possa creare ostacoli allo sviluppo dei programmi nucleari nazionali;
il disarmo generale rimane un obiettivo fondamentale, il cui conseguimento passa attraverso il raggiungimento di obiettivi intermedi. Sotto questo profilo assume, pertanto, grande rilevanza il trattato per la completa sospensione degli esperimenti nucleari, il Ctbt (Comprehensive test ban treaty), il cui testo definitivo, negoziato in seno alla conferenza per il disarmo di Ginevra, è stato siglato il 25 settembre 1996 a New York da 55 nazioni, tra cui i 5 Stati «militarmente
nucleari» e l'Italia, dopo essere stato approvato dall'Assemblea generale dell'Onu con la risoluzione 50/245 del 17 settembre 1996, presentata dall'Australia;
negli anni più recenti si è assistito ad un radicale processo di disarmo e di riduzione degli arsenali nucleari delle due superpotenze. I risultati raggiunti non devono, però, indurre ad abbassare la guardia ed a sottovalutare la reale entità del rischio nucleare per la sicurezza mondiale, che ancora oggi continua ad essere una minaccia reale. Il mondo non è ancora libero da armi nucleari e, accanto alle testate ancora operative, ne rimangono altre migliaia che potrebbero essere facilmente reimpiegate in futuro. Sebbene i progressi in atto siano di portata certamente epocale, i compiti della comunità internazionale sul fronte in esame sono lungi dall'essere esauriti;
sicuramente una potentissima spinta al rafforzamento del regime di non proliferazione è venuta anche dalle iniziative di disarmo delle due superpotenze nucleari. Un elemento questo di fondamentale importanza. La tendenza più o meno manifesta a violare il regime di non proliferazione nucleare sarà senza dubbio condizionata dall'atteggiamento complessivo delle grandi potenze e dalla loro volontà, in particolare, di proseguire verso un disarmo nucleare generale e completo. Se il processo di disarmo procederà speditamente, la comunità internazionale sarà sempre meno disposta a condonare l'eventuale accesso da parte di nuovi Stati all'opzione nucleare;
in questo quadro, i trattati Start I e II sulla riduzione delle armi strategiche, la proroga a tempo indefinito del trattato di non proliferazione e la messa a punto del trattato per la completa sospensione degli esperimenti nucleari sono tutti elementi che contribuiscono a diminuire l'enfasi sull'opzione nucleare. Tuttavia, la frammentazione successiva alla fine della guerra fredda ha moltiplicato gli scenari particolarmente «critici», facendo emergere le aspirazioni egemoniche di varie potenze medie;
il mutato contesto internazionale richiede, pertanto, la rapida adozione di adeguate innovazioni procedurali, dirette a far operare l'Aiea in presa diretta con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed a fornire ai suoi ispettori poteri di indagine e strumenti tecnici di verifica finora considerati troppo intrusivi;
il moltiplicarsi delle aree del globo dotate di una valenza strategica non solo regionale, ma mondiale, richiede il rafforzamento e l'espansione del sistema di accordi, che, nel quadro del trattato di non proliferazione, attuino il disarmo e il regime di proliferazione a livello regionale. Sotto tale aspetto, merita particolare attenzione il sempre più rapido processo di integrazione europea e la nuova dimensione aperta con il trattato di Maastricht, con l'introduzione della politica estera e di sicurezza comune (pesc);
negli ultimi mesi si sono registrate novità importanti. Il 26 febbraio 2010 i Ministri degli affari esteri di Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Norvegia hanno chiesto al Segretario generale della Nato l'apertura di un dibattito, già nel corso della conferenza dei Ministri degli affari esteri dell'Alleanza atlantica del successivo 22 aprile 2010 a Tallin in Estonia, sul ritiro delle armi nucleari tattiche statunitensi presenti sul territorio europeo. L'istanza avanzata dai cinque Paesi europei sembra collocarsi all'interno di una prospettiva coerente con la nuova strategia anticipata da Obama;
il 10 marzo 2010 il Parlamento europeo ha approvato con voto bipartisan una risoluzione sul trattato di non proliferazione delle armi nucleari;
ad aprile 2010 è stato varato negli Stati Uniti il Nuclear posture review, atteso da diverso tempo, che presenta alcune novità interessanti: in primo luogo la dottrina nucleare Usa viene inquadrata all'interno dell'obiettivo globale di un mondo libero da armi nucleari, secondo il discorso di Obama a Praga del 5 aprile 2009. Gli Usa si impegnano a ridurre il ruolo delle armi nucleari nella strategia militare, a non costruire nuove armi nucleari (accettando, quindi, il divieto alla proliferazione verticale), né a effettuare sperimentazioni, si impegnano a far ratificare e entrare in vigore il trattato per la messa al bando delle sperimentazioni, «mandano in pensione» un'intera categoria di armi nucleari (i tlam-n, cruise a testata nucleare) e offrono finalmente le «garanzie negative» a tutti gli Stati non nucleari del trattato di non proliferazione. Nello stesso tempo però gli Usa hanno ribadito che fintanto che esisteranno ancora armi nucleari nel mondo manterranno il loro potenziale deterrente;
l'8 aprile 2010 è stato firmato a Praga dal Presidente americano Obama a da quello russo Dmitry Medvedev l'accordo Start II. L'Accordo è il risultato di un lungo processo di avvicinamento della Russia all'Occidente, che anche l'Italia ha contributo con costanza a realizzare. In particolare, bisogna ricordare la nascita, nel 2002 a Pratica di Mare, del Consiglio Nato-Russia, fortemente voluto dal Governo italiano, mentre l'avvio della fase finale del processo di integrazione della Russia in Occidente è da ricondurre al 2001, cioè al vertice G8 di Genova, quando si svolse l'incontro bilaterale tra il Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi ed il Presidente russo Putin. La tappa successiva fu la visita di Berlusconi a Mosca nell'ottobre 2001, in occasione della quale osservatori e stampa parlarono esplicitamente di relazioni «privilegiate» instauratosi tra i due leader. Poi l'altra tappa fondamentale: la visita del Presidente del Consiglio dei ministri in Russia e l'annuncio a Roma, pochi giorni dopo, da parte di Berlusconi, del raggiungimento di un accordo tra la Nato e la Russia per una maggiore integrazione di Mosca nell'Alleanza atlantica attraverso la creazione di un Consiglio a 20. Accordo, poi, ratificato il 28 maggio 2002 in occasione del vertice di Pratica di Mare. Tale accordo è stato fatto precedere dalla dichiarazione di Roma firmata dai 19 leader dell'Alleanza atlantica e dal Presidente russo Putin. Il preambolo della dichiarazione, dove si afferma che «all'inizio del ventunesimo secolo viviamo in un mondo nuovo, strettamente correlato come non mai nel passato, dove minacce e sfide nuove e senza precedenti esigono risposte sempre più unite», si accompagna ai «settori» di «comune interesse», nei quali Nato e Russia collaboreranno insieme. Tra di essi spicca quello della «non proliferazione». Un percorso, questo, confermato dai leader del G8 nel 2009 all'Aquila;
il 13 aprile 2010 si è tenuto a Washington il Vertice sulla sicurezza nucleare, a cui hanno partecipato 47 Stati. L'obiettivo era quello di portare avanti, con determinazione ed in un consesso multilaterale, e di realizzare entro quattro anni un regime di messa in sicurezza di tutto il materiale fissile del mondo. Sono stati fatti accordi bilaterali interessantissimi (e nuovi), sebbene l'accordo più generale tra tutti gli Stati presenti non configuri un trattato vincolante a tutti gli effetti;
l'Italia ha svolto, dunque, un ruolo di primo piano nel processo di riavvicinamento tra le due grandi potenze, in particolare anche con riferimento al processo di smilitarizzazione nucleare. Si ricorda in questo senso che il 23 giugno 2009 la Camera dei deputati e il 17 dicembre 2009 il Senato della Repubblica hanno approvato delle mozioni, con consenso di entrambi gli schieramenti, che incoraggiano il Governo italiano a sostenere, in ogni sede internazionale multilaterale, l'obiettivo di costruzione di un mondo libero da armi nucleari,
impegna il Governo:
a svolgere un ruolo attivo che confermi e rafforzi la visione sancita dal vertice G8 dell'Aquila per un mondo senza armi nucleari, facendo leva sull'importante passo in avanti registrato con la firma del nuovo trattato Start tra Usa e Russia, ma anche sull'esigenza di favorire nuovi processi di disarmo, che includano negoziati sulla riduzione delle armi non strategiche da parte dei Paesi che le possiedono;
a sostenere passi concreti per il rafforzamento del regime internazionale di non proliferazione, di cui il trattato di non proliferazione rappresenta tuttora la pietra angolare, per l'entrata in vigore del trattato per la messa al bando delle sperimentazioni, per l'avvio di negoziati per la messa al bando della produzione di materiale fissile (fmct) e, infine, per l'adozione universale del protocollo aggiuntivo dell'Aiea, con l'obiettivo di consolidare le capacità ispettive dell'agenzia viennese;
a sviluppare ulteriormente il dibattito già avviato in seno all'Alleanza atlantica sul futuro del deterrente nucleare all'interno dei confini europei, anche nel quadro di un processo negoziale con la Federazione russa sul controllo degli armamenti;
ad approfondire con gli alleati, nel quadro del nuovo concetto strategico della Nato di prossima approvazione, il ruolo delle armi nucleari sub-strategiche, a garanzia della sicurezza collettiva nello spazio euro-atlantico, e l'opportunità di addivenire - tramite passi misurati, concreti e comunque concertati tra gli alleati - ad una loro progressiva ulteriore riduzione, in aderenza all'obiettivo di assicurare un equilibrio degli armamenti nucleari al più basso livello possibile nella prospettiva della loro eliminazione.
(1-00370) «Boniver, Dozzo, Iannaccone, Baldelli, Antonione, Pianetta, Sardelli».
(1o giugno 2010)
26 - 27 maggio 2010 . Missione in Libia della delegazione del Comitato Scenghen.
Mercoledì 26 incontri con: Suleiman Shuumi Presidente della Commissione Esteri – Con Musa Kusa Ministro degli affari Esteri.
Giovedì 27 maggio incontri con Abdelfattah Yunes al Obeidi Ministro dell’Interno. – Mohamed Belgasen Al- Zwei Presidente del Parlamento.
11 maggio 2010 .Comitato Schengen – Audizione del Ministro del Lavoro Sen Maurizio Sacconi
26 aprile 2010. Parlamento. Margherita Boniver presenta la legge concernente la Gestione dei fondi dell’Amministrazione degli Affari Esteri per la cooperazione e lo viluppo d’iniziativa dei deputati On Pianeta e On Tempestini
Onorevoli colleghi,
sono particolarmente lieta di illustrare questa proposta di legge presentata dai colleghi Pianetta e Tempestini, la cui ratio è quella di consentire una gestione più efficace da parte del Ministero degli Affari esteri dei fondi finalizzati ad attività di cooperazione allo sviluppo.
Trovo particolarmente incoraggiante che, anche attraverso l’azione di studio e di riflessione avviato dal Comitato permanente sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio, si sia arrivati ad una consapevolezza bipartisan circa l’esigenza di dare soluzione alle poù gravi criticità che affliggono l’aiuto pubblico italiano allo sviluppo, puntualmente richiamate dagli organismi internazionali e da ultimo, dalla Peer Review del 2009 promossa dall’OCSE, i cui risultati sono stati pubblicati solo nelle ultime settimane.
La proposta Pianetta-Tempestini si propone di apportare alcuni interventi alla disciplina vigente in materia per garantire una maggiore flessibilità temporale nell’utilizzo dei fondi accreditati per i progetti di cooperazione e per il funzionamento delle unità tecniche istituite dalla cooperazione italiana nei Paesi in via di sviluppo. Al contempo mira ad un adeguamento della rendicontazione ai tempi di esecuzione dei progetti e ad un superamento dell’attuale pluralità di regimi di rendicontazione a seconda della data dell’accreditamento.
Venendo sinteticamente ai contenuti del provvedimento, l’articolo 1, comma 1, della proposta di legge modifica alcuni commi dell’articolo 1 del decreto legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80.
In particolare, le lettere a), b) e c) dell’articolo 1, comma 1 provvedono a novellare, rispettivamente, i commi 15-ter, 15-quater e 15-quinquies dell’art. 1 del provvedimento citato.
Il nuovo comma 15-ter, prevede che le somme non erogate dalla rappresentanza diplomatica in esecuzione di specifici progetti di cooperazione possano essere temporaneamente utilizzate per spese di analoga natura derivanti da obbligazioni giuridicamente perfezionate, in attesa della definizione delle procedure di accredito. Successivamente, ma entro l’anno di riferimento, verrà effettuata la sistemazione contabile di tale operazione. Attualmente il testo vigente consente la sola utilizzazione dei residui ai fondi accreditati nell’ultimo quadrimestre se indispensabili alla prosecuzione o al completamento di un progetto.
La lettera b) sostituisce il comma 15-quater riguardante la rendicontazione delle spese per la realizzazione degli interventi di cooperazione. La nuova formulazione prevede un sistema di controlli - più articolato rispetto a quello attualmente in vigore - che si sostanzia in: una relazione sullo stato dell’intervento entro 60 giorni dalla chiusura di ciascun esercizio finanziario; il versamento all’erario delle eventuali economie entro 90 giorni dopo il termine del progetto; la presentazione della rendicontazione finale, di una relazione e della documentazione di spesa sempre nel termine di 90 giorni dalla conclusione del progetto. Tali obblighi sono posti in capo al funzionario delegato all’interno della rappresentanza diplomatica, secondo quanto previsto dal DPR 22 marzo 2000, n. 120. Il nuovo comma 15-quater disciplina inoltre il caso dell’avvicendamento dei funzionari responsabili della rendicontazione.
La lettera c) sostituisce il comma 15-quinquies e prevede che il Ministro degli esteri, con decreto da emanarsi di concerto con il Ministro dell’economia, stabilisca le modalità di armonizzazione del regime giuridico degli interventi di cooperazione conclusi nel 2010 e negli anni precedenti.
La lettera d) aggiunge un nuovo comma, il 15-septies, che autorizza le unità tecniche di cooperazione operanti nei paesi in via di sviluppo, al pari delle rappresentanze diplomatiche, ad utilizzare temporaneamente le anticipazioni di cassa per le spese di funzionamento delle suddette unità, nelle more dell’accredito della rimessa valutaria, analogamente a quanto previsto dalla disciplina riguardante le spese di funzionamento accreditate alle sedi all’estero dagli altri centri di responsabilità del Ministero degli affari esteri.
Si tratta di una misura che mira ad evitare di esporre gli uffici esteri della cooperazione italiana, a causa dei ritardi nei finanziamenti annuali, al rischio di intollerabili sospensioni dei servizi essenziali (spese di locazione, di elettricità, di telefono eccetera), evitando nel contempo l’insorgere di maggiori oneri e di contenziosi dipendenti dal ritardato pagamento dei servizi stessi.
L’articolo 2 mira a coordinare la disposizione contenuta nell’art. 13 della legge n. 49 del 1987 con quella recata dalla lettera d) dell’art. 1 della proposta di legge in esame, che attribuisce al funzionario delegato la facoltà di utilizzare anticipazioni di cassa per il funzionamento dell’unità tecnica.
Auspico che una pronta approvazione di questa proposta di legge possa aprire la strada ad una riflessione, ormai ineludibile, su una più generale e condivisa riforma della legislazione sulla cooperazione allo sviluppo.
14 aprile 2010. Comitato Schengen – Indagine conoscitiva sulle nuove politiche europee in materia di immigrazione – Audizione del ministro degli Interni On. Roberto Maroni
Dal 1 gennaio al 4 aprile di quest'anno sono arrivati nel nostro Paese 170 clandestini, "il 96% in meno dello stesso periodo dell'anno passato, quando erano stati 4.573". Lo ha reso noto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, nel corso di un'audizione in commissione Schengen. "Perla maggior parte - ha spiegato Maroni - si tratta di immigrati trovati gia' sul nostro territorio, portati da barche e pescherecci, non da barconi, e partiti non dalla Libia ma dalla Tunisia e da altri paesi". Cifre alla mano, secondo il ministro l'accordo con la Libia ha contribuito in modo decisivo a contenere il fenomeno degli sbarchi: dal 5 maggio, data di inizio dei pattugliamenti congiunti, al 31 dicembre dello scorso anno "sono arrivati 3.185 clandestini, il 90% in meno dello stesso periodo dell'anno precedente, quando erano stati 31.281". Sempre nel 2009, "i cosiddetti respingimenti hanno riguardato 834 persone" mentre "quest'anno non c'e' stata alcuna operazione di riconsegna, non ce n'e' stato bisogno"; in calo anche il numero degli scafisti arrestati, "33 nel 2009, nel corso di 183 sbarchi, contro i 77 del 2008, nel corso di 665 sbarchi"
Davanti alla commissione presieduta da Margherita Boniver, Maroni e' tornato a chiedere un ruolo piu' incisivo dell'Europa nella gestione di un fenomeno, quello migratorio, "che non puo' essere lasciata ai soli paesi di frontiera, come l'Italia. Qualche passo avanti e' stato fatto, ma si puo' fare di piu': penso, ad esempio, alla nostra richiesta di condivisione della gestione dei rifugiati, che andrebbero distribuiti tra i vari paesi, richiesta sin qui non accolta". Un altro fronte su cui lavorare e' quello dei rimpatri volontari assistiti: "hanno accettato in poche centinaia – ha concluso - ma e' una strada da seguire con maggiore intensita' perche' chi viene rimpatriato in modo coatto prima o poi e' probabile che tornera' mentre chi accetta di tornare a casa volontariamente, guadagnandosi anche l'accesso a un programma di reinserimento finanziato con fondi europei, quasi sicuramente ci restera'. E se il reato di immigrazione clandestina impedisse davvero l'accesso al programma di rimpatrio volontario, possiamo pensare di intervenire o con una una interpretazione, se basta, o con una norma di legge ad hoc".
9 - 11 marzo. Missione nel Burkina Faso. Inviata speciale del ministro Frattini per sondare tutte le vie in strettissima collaborazione con il governo del Burkina Faso per giungere alla liberazione del cittadino italiano Sergio Cicala e di sua moglie Philomene Kabore',
25 - 26 febbraio 2010. Missione a Parigi per il Comitato parlamentare Schengen - Europol e Immigrazione, presieduto da Margherita Boniver (Pdl). La delegazione parlamentare il 25 e il 26 incontra esponenti del Parlamento e del governo francese. In agenda colloqui con la Commissione Affari europei del Senato francese e con Jean-Pierre Garson, Capo della divisione immigrazione dell'OCSE. E il Ministro dell'Immigrazione, Eric Besson. In programma anche una visita in un centro di accoglienza per immigrati.
23 - 24 febbraio 2010. Pallaszo San Macuto . Comitato Schengen. Ore 23 febbraio 10 – Audizione del dott Peter Schatzer Direttore dell’ufficio Regionale per il Mediterraneo dell’Organizzazione Internazionale per la Migrazione. 24 febbraio ore 14,30 - Audizione del Ministro on. Franco Frattini sulle implicazione derivanti dall’inserimento nel sistema informativo Schengen.
16 febbraio 2010. L'aula di Montecitorio ha approvato con voto unanime quattro mozioni di tutti gli schieramenti riguardanti iniziative volte a favorire il processo di pace nella Repubblica Democratica del Congo e a fronteggiare l'emergenza umanitaria in atto. Su tutte le mozioni il governo aveva espresso parere favorevole.
Mozione 1-00329
presentata da MARGHERITA BONIVER
La Camera,
premesso che:
non accenna a placarsi la gravissima crisi militare ed umanitaria che coinvolge la Repubblica democratica del Congo, in particolare nella provincia orientale di confine nota come Kivu settentrionale, ricca di diamanti, cobalto, zinco, rame e tantalio, dove si sta sviluppando una nuova fase del conflitto regionale in atto da quindici anni tra milizie di etnia hutu appartenenti alle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FdlR) - presenti nell'area dagli anni '90 e sostenute dal Governo centrale congolese - contrapposte a formazioni ribelli di etnia principalmente tutsi, legate alla formazione denominata Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cnpd), che fa capo a soggetti politico-militari operanti nel confinante Rwanda; si tratta del drammatico strascico della guerra civile della primavera del 1994 in Rwanda, dove milizie hutu massacrarono circa 1.000.000 di civili tutsi o hutu moderati;
si ha motivo di temere che l'attuale crisi possa estendersi a tutta l'area, particolarmente sensibile in quanto in essa convergono le frontiere di Uganda, Sudan e Congo, area dove opera l'Esercito di resistenza del Signore (o Lord resistance army), i cui dirigenti sono stati accusati dalla Corte penale internazionale di aver attuato numerose violazioni dei diritti umani, compresi l'omicidio, le mutilazioni, la riduzione in schiavitù sessuale di donne e bambini ed il rapimento di bambini per costringerli a partecipare alle ostilità;
la tragedia del Congo ha il triste primato di essere una delle crisi più ignorate del globo, di fronte alla quale la comunità internazionale appare impotente e la missione Onu rischia di rivelarsi un fallimento;
il conflitto attuale perdura dal 1998 con un numero di morti valutati in cinque milioni, un milione e 600 mila sfollati, oltre 50 mila donne stuprate ed un esercito di bambini soldato che nessuno è in grado di censire, come pure non si è in grado più di conoscere il numero degli orfani di guerra e dei bambini abbandonati; secondo le organizzazioni umanitarie, lo stupro è utilizzato come un'arma e come metodo per annientare il tessuto tribale in centinaia di villaggi travolti dalla guerra; la stessa Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha difficoltà nel portare aiuti alle popolazioni, sia per motivi geografici, sia per i continui attacchi del Lord resistance army e del FdlR, che ostacolano le missioni umanitarie e aggrediscono i convogli, distruggendo i carichi e mettendo a rischio anche l'incolumità degli operatori umanitari;
con la risoluzione n. 1906 del 23 dicembre 2009, adottata all'unanimità, il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha prorogato fino al 31 maggio 2010 la missione di pace denominata Monuc, che opera nell'area da circa 10 anni e che dispone di poco meno di 20.000 effettivi - il secondo contingente dell'Onu in ordine di grandezza dopo quello in Darfur -, chiedendo all'esercito di Kinshasa di «prendere immediatamente misure che mirano a proteggere i civili, comprese donne e bambini, dalle violazioni della legge umanitaria internazionale...»; l'intenzione dell'Onu è di adottare un ulteriore rinnovo di dodici mesi, ma solo se verranno rispettate le richieste fatte all'esercito congolese e comunque in un quadro di un progressivo disimpegno;
peraltro, la missione Monuc è stata oggetto di diverse accuse: dall'iniziale incapacità ad operare, attribuita al fatto di essere distribuita male sul terreno ed essere composta in larga misura da unità non sufficientemente addestrate, organizzate e motivate, a causa della loro provenienza da Paesi in via di sviluppo, a quella più grave di aver appoggiato l'esercito congolese nelle recenti iniziative antiguerriglia, rendendosi così responsabile del massacro di circa 1.400 civili nell'ultimo anno;
l'Italia è il sesto contributore alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e per il funzionamento di Monuc ha versato 47 milioni di euro nel solo 2007; il Sottosegretario per gli affari umanitari delle Nazioni Unite ha di recente ringraziato il nostro Paese per quanto sta facendo in campo umanitario e per la soluzione della crisi; numerose sono le iniziative sia del Governo che delle organizzazioni non governative italiane nell'area;
la cooperazione allo sviluppo italiana è stata presente, nel biennio 2008-2009, con progetti per oltre 7,5 milioni di euro rivolti soprattutto al settore sanitario per arginare il diffondersi di epidemie e malattie infettive; è stata costante negli anni, l'attenzione del Governo italiano; da ultimo, nel gennaio 2010, l'onorevole Margherita Boniver, inviato speciale del Ministro degli affari esteri per le emergenze umanitarie e le situazioni di vulnerabilità, si è recata nella Repubblica democratica del Congo, a Kinshasa e a Goma, capoluogo del distretto di Kivu, toccando con mano quella che gli analisti internazionali non esitano a definire la più grande catastrofe umanitaria dei tempi moderni;
a conclusione della missione, un'iniziativa d'emergenza della cooperazione allo sviluppo italiana è in fase d'avanzata definizione per un importo complessivo pari a 1,8 milioni di euro e volta ad intervenire nei settori della protezione e reintegrazione psicosociale delle donne e dei minori vittime di violenze, dell'accesso all'acqua e della riabilitazione di strutture sanitarie, scolastiche e sociali;
nell'ambito dell'Unione europea, a fronte dell'esclusione di un intervento diretto, sono comunque affiorate proposte tendenti all'allestimento di una forza europea di rapido intervento, da inviare nel Kivu settentrionale, allo scopo di aprire dei corridoi umanitari per soccorrere le popolazioni civili vittime delle violenze e degli scontri e, se possibile, stabilizzare il fronte e facilitare il raggiungimento di un cessate il fuoco;
peraltro, l'Unione europea è già impegnata sia nel sostegno umanitario (45 milioni di euro nel 2009), sia nella riforma del settore della sicurezza della Repubblica democratica del Congo attraverso due missioni in ambito PESD (Politica europea di sicurezza e difesa): la missione EUSEC, che fornisce assistenza all'organizzazione delle nuove Forze armate congolesi, e la missione EUPOL, che sostiene la formazione di un corpo di polizia allineato alle esigenze delle nuove istituzioni democratiche del Paesi,
impegna il Governo:
a farsi promotore, presso l'Unione europea, di proposte che prevedano un maggior intervento in ambito umanitario nelle aree di conflitto della Repubblica democratica del Congo per la gestione della crisi e il ristabilimento della pace;
ad assumere ogni utile iniziativa in tale ambito volta a rafforzare e rendere più incisiva l'azione della missione Monuc;
ad inserire la Repubblica democratica del Congo nella lista dei Paesi prioritari nella cooperazione allo sviluppo e a destinare, compatibilmente con le disponibilità di bilancio, un maggior sostegno economico alle iniziative di aiuto pubblico allo sviluppo (APS), finalizzate allo sviluppo ed al soccorso umanitario della Repubblica democratica del Congo e a vigilare affinché gli aiuti pervengano effettivamente alle popolazioni bisognose;
a favorire, anche con sostegni economici e giuridico-tecnici, l'adozione di una nuova legislazione in materia nella Repubblica democratica del Congo e di ogni forma connessa di garanzia a tutela dei minori, anche attraverso il rispetto delle competenze della magistratura locale, per quanto riguarda le dichiarazioni di adottabilità dei minori orfani, e in generale l'adeguamento agli standard internazionali sanciti dalla Convenzione dell'Aja in materia.
«Boniver, Commercio, Iannaccone, Antonione, Pianetta, Baldelli, Angeli, Biancofiore, Belcastro, Bonciani, Renato Farina, Lunardi, Malgieri, Migliori, Moles, Osvaldo Napoli, Nicolucci, Nirenstein, Picchi, Repetti, Tremaglia, Zacchera».
10 febbraio 2010. Forum strategico Ministero affari Esteri alla presenza del Ministro Frattini. Sala delle conferenze Internazionali.
10 febbraio 2010. Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi - Commissione Schengen – Palazzo San Macuto.
9 febbraio 2010. Aula della Commissione difesa del Senato. Commissioni riunite per audizione Ministro degli Esteri Frattini.
16 dicembre 2009. Il presidente della Camera Gianfranco Fini nomina Margherita Boniver componente dell’Osservatorio sui fenomeni di xenofobia e razzismo.
15 dicembre 2009. - Il presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, on. Stefano Stefani, ha presieduto oggi un incontro tra la stessa Commissione e il ministro degli esteri dell'Iraq, Hoshyar Mahmud Zebari. Nel corso dell'incontro informale, è intervenuta tra gli altri Margherita Boniver.
24 novembre 2009. Mozioni Soro ed altri n. 1-00260, Di Pietro ed altri n. 1-00230, Pezzotta ed altri n. 1-00266 e Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00275: Iniziative in materia di contrasto dell'immigrazione clandestina e per assicurare il rispetto delle norme costituzionali e internazionali, con particolare riferimento alle operazioni di respingimento.
Intervento Presidente On. Margherita Boniver
Signor Presidente, onorevoli colleghi, responsabilità! Questa è la parola chiave che dobbiamo tenere in mente quando si parla di immigrazione, di integrazione, di contrasto all'immigrazione clandestina, degli obblighi internazionali in materia umanitaria. Responsabilità, innanzitutto, nel considerare il fenomeno dell'immigrazione razionalmente, ovvero nell'ottica del nostro interesse nazionale. Dobbiamo chiederci: l'immigrazione ci è utile? La risposta ovvia è che l'immigrazione è addirittura indispensabile non solo da un punto di vista economico, che non è poca cosa, non solo dal punto di vista demografico (da questo punto di vista è addirittura necessaria), non solo dal punto di vista sociale (basti pensare al fenomeno sempre più esteso della cura dei nostri anziani), ma anche da un punto di vista di responsabilità umana. Cinque milioni di immigrati extracomunitari che risiedono in Italia testimoniano la capacità di accoglienza del nostro Paese. Questa mozione tratta dei respingimenti, che più correttamente andrebbero chiamati riaccompagnamenti di flussi di immigrati illegali provenienti prevalentemente dai porti libici, che hanno rappresentato negli anni passati un fenomeno in crescita di difficile gestione, che gravavano sulle coste meridionali italiane e che hanno, purtroppo, causato la morte di centinaia e centinaia di disperati, che hanno trovato la loro fine nel Mar Mediterraneo. Il fenomeno è stato grandemente diminuito, addirittura del 90 per cento, grazie ad una politica efficace, tenace e positiva, che trova le sue radici nella lunga trattativa condotta da diversi Governi italiani con la Libia, che è sfociata l'anno scorso nella ratifica dello storico Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato a Bengasi, e ratificato nel febbraio di quest'anno. Ma la questione libica va considerata anche sotto il profilo geografico: la Libia è grande sei volte l'Italia, ed è popolata da circa 6 milioni di cittadini libici. A questi si devono aggiungere circa un milione e mezzo di stranieri, affluiti nel Paese africano dai Paesi confinanti prevalentemente per motivi economici, mentre altri chiedono ad esso un passaggio illegale e criminale verso le coste europee: una cifra quindi notevolissima, se paragonata con i 6 milioni di abitanti libici. La politica di riaccompagnamento non inizia propriamente con il Trattato di Bengasi, ma origina da un Accordo firmato dall'allora Ministro degli esteri, Dini, e dal suo omologo libico Shalgam: si trattava di un accordo ampio, che non riguardava solo l'immigrazione clandestina, ma anche la collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata ed al traffico illegale della droga. Prosegue nel febbraio 2005 quando fu emanato un documento, sottoscritto dall'allora Ministro dell'interno Pisanu, e si arriva a dicembre 2007, quando venne firmato un altro accordo dall'allora Ministro dell'interno, Amato, e sempre dal collega libico Shalgam. Si tratta di un Protocollo ancora più dettagliato perché riguarda la cooperazione nella lotta contro le organizzazioni criminali, il traffico degli esseri umani e lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina.
Si parla per la prima volta di pattugliamenti marittimi: grazie a sei unità navali cedute dall'Italia si cominciano le operazioni di controllo e di ricerca, di salvataggio delle imbarcazioni degli immigrati clandestini, sia in acque libiche che in quelle internazionali. Si arriva, infine, all'Accordo firmato dal Ministro Maroni il 4 gennaio di quest'anno, che meglio ancora definisce l'organizzazione dei pattugliamenti con equipaggi congiunti, di cui sono evidenti la finalità e l'utilità.
Qualche cifra relativa agli sbarchi: nel 2004, 16.594 immigrati arrivati in Italia dalla Libia; nel 2005, 22.824; nel 2006, 21.400. È interessante notare che nel 2004, di tutti questi sbarchi, più del 50 per cento erano di nazionalità egiziana; nel 2006, invece, la prima nazionalità, con oltre 8 mila arrivi, è marocchina: è ovvio che una volta chiusa la via di sfogo di Ceuta e Melilla i flussi avevano trovato un nuovo percorso. Nel 2007 vi è un calo, con 16.875 unità, dovuto all'attività di sorveglianza da parte libica. Nel 2008 un nuovo picco, con 34.550 arrivi; nel 2008 si osserva che la prima nazionalità di arrivi era tunisina. Nel 2009, dopo l'entrata in vigore delle nuove procedure di controllo, fino al 25 settembre di quest'anno gli sbarchi sono stati 7.818; nella fattispecie, i riaccompagnamenti dal 6 maggio al 7 settembre sono stati 1.005 di cui 833 attraverso l'attività congiunta libico-italiana, e 172 hanno riguardato persone prese e riportate in Libia dagli stessi libici.
L'efficacia di queste iniziative è evidente, anche se sono state ingiustamente criticate molto spesso in modo del tutto strumentale e autolesionistico suscitando le critiche anche aspre attribuite, quasi sempre erroneamente, ad istanze europee ed internazionali sollecitate dall'opposizione in missione internazionale denigratoria a tempo pieno. Addirittura, nel mese di agosto, dopo la tragica vicenda del gommone a bordo del quale i cinque cittadini eritrei sopravvissuti sono stati tratti in salvo e portati negli ospedali palermitani, si è urlato alla violazione del trattato internazionale.
Non entro in questa sede nelle difficoltà evidenti delle missioni di ricerca e soccorso spesso oggetto di irrigidimento da parte di altre nazioni mediterranee che hanno effettivamente ostacolato, in alcune occasioni, l'immediato e doveroso soccorso dei naufraghi che sono stati portati in salvo dalle nostre motovedette. È del tutto evidente la necessità della piena osservanza della Convenzione di Ginevra del 1951 e delle difficoltà, che non ci nascondiamo, che in taluni casi questo comporta, dal momento che la Libia non l'ha sottoscritta anche se essa è parte della Convenzione sui diritti dei rifugiati dell'allora Organizzazione dell'Unità africana. Esistono, come è stato illustrato dal Governo, a Tripoli uffici dell'UNHCR, dell'OIM, del Labour Migration che sono stati finanziati e supportati dal Governo italiano in ogni sua fase, ed è ancora più importante che abbiano messo in atto protocolli di re-insediamento in Italia di cittadini eritrei che si trovavano in Libia.
La responsabilità esiste anche di fronte alle esigenze di sicurezza dei cittadini italiani e questa responsabilità credo che sia stata fatta propria dall'intero Governo e il Presidente del Consiglio, il Ministro degli esteri e il Ministro dell'interno hanno sempre dimostrato una grande capacità di sollecitare le istituzioni europee, stringendo accordi quadro con nazioni quali Cipro, Malta, Grecia e Spagna che hanno e continuano ad avere problemi analoghi al nostro riguardo al respingimento di flussi di immigrati clandestini. Vorrei concludere parlando anche della corresponsabilità che è questa volta esclusivamente europea che riguarda il rafforzamento di Frontex, il rimpatrio con voli europei, i rimpatri assistiti, gli accordi di riammissione finalmente europei e non soltanto bilaterali e soprattutto quella condivisione degli oneri dei richiedenti asilo che in questo momento gravano soprattutto sui Paesi piccoli e piccolissimi della sponda sud mediterranea.
12-13 novembre 2009. Missione a Cipro del Comitato parlamentare Schengen – Europol e Immigrazione: Visita a centre di permenanza per immigrati di Kofinou – Incontro con Commissione parlamentare Affari Esteri – Incontro con il ministro degli Interni Neoklis Sylikiotis – Incontro con il presidente del Parlamento Marios Garroyian –Incontro con il Permanent Secretary del ministero degli Interni Amb. Emiliou.
11 novembre 2009. INTERPELLANZA
Al Ministro della Giustizia
Premesso che:
- la morte in condizioni di detenzione di Stefano Cucchi a Roma, su cui sta doverosamente indagando la magistratura, suscita interrogativi inquietanti circa la condizione carceraria, con particolare riferimento ai detenuti con importanti problemi di salute, in quanto, non è accettabile in un paese civile e rispettoso del principio fondamentale dell’habeas corpus sia che un detenuto possa essere percosso, aspetto su cui si è opportunamente attivata la magistratura, sia il fatto che un detenuto ricoverato in ospedale sia lasciato morire solo perché avrebbe rifiutato cure, alimentazione e idratazione, circostanza di cui doveva essere informato sia il giudice di sorveglianza, sia la famiglia del detenuto, in modo da scongiurare l’esito tragico della vicenda che denota, quanto meno, trascuratezza a livello di struttura sanitaria pubblica
- un giovane di 32 anni, Giuseppe Saladino, è morto nel carcere di Parma dopo solo 15 ore di detenzione, il che in attesa dei risultati dell’autopsia disposta dall’autorità giudiziaria, suscita, comunque, quantomeno inquietudine ed interrogativi tra i cittadini;
- il grado di civiltà in un Paese si misura anche dalle condizioni del proprio sistema carcerario che comunque, malgrado il sovraffollamento, deve garantire in ogni caso l’incolumità e la salute di coloro che vi sono ristretti
- è importante decongestionare le nostre carceri senza indulgere a misure che possano nuocere alla sicurezza dei cittadini, ma attraverso il varo di un programma di celere attuazione, per la riqualificazione delle carceri e l’aumento della capienza complessiva del nostro sistema carcerario e mediante la promozione di ulteriori accordi con Paesi esteri, affinchè una parte significativa dei detenuti di nazionalità straniera sconti in tutto o in parte la pena detentiva nel Paese di origine, misura questa particolarmente opportuna ed utile in quanto una parte molto consistente dei detenuti presenti nei nostri istituti di pena è di nazionalità straniera:
i sottoscritti interpellanti chiedono di sapere:
qual’è la valutazione del Ministro interpellato sulla situazione delle nostre carceri e sulle condizioni di vita dei carcerati e se non ritenga assolutamente indispensabile e urgente potenziare la vigilanza sulla gestione degli istituti penitenziari per garantire pienamente i diritti fondamentali dei cittadini di ogni nazionalità, che vi sono attualmente ristretti, e come intenda operare, nel pieno rispetto della sicurezza della cittadinanza, per decongestionare il sistema carcerario con misure del tipo di quelle citate in premessa.
Margherita Boniver
11 novembre 2009. PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE d’ iniziativa del deputato BONIVER
Modifiche dell’articolo 68 della Costituzione
Onorevoli Colleghi! - L’immunità parlamentare, in quanto prerogativa costituzionale rientrante nella logica della reciproca delimitazione dei poteri, rappresenta uno dei pilastri degli edifici costituzionali del nostro tempo. Essa non è un privilegio, dunque, ma un istituto volto a tutelare gli interessi della collettività, prevenendo eventuali condizionamenti del potere giudiziario sullo svolgimento della dialettica politica; la libertà e l’indipendenza dei singoli parlamentari sono prerogative attraverso le quali viene assicurato il pieno funzionamento dell’assemblea rappresentativa e, dunque, indirettamente l’intero equilibrio del sistema dei poteri politici. E’ questo lo spirito con cui i Padri costituenti scrissero l’articolo 68, stabilendo che <<senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale>>. I resoconti della Costituente riportano che la discussione sull’articolo relativo all’immunità dei parlamentari mira “naturalmente ad impedire che un atto dell’autorità giudiziaria o di polizia possa essere ispirato da una valutazione o da un orientamento politico ed avere lo scopo di rendere impossibile ad un deputato la libera esplicazione del suo mandato parlamentare”.
Va ricordato che il principio dell’immunità parlamentare è stato sostenuto in Assemblea Costituente da costituzionalisti e personaggi politici dello spessore del Mortati, di Lussu, Codacci Pisanelli e Lami Starnuti. E certamente, questi personaggi, non potevano avere la volontà di introdurre un privilegio a favore dei membri del Parlamento.
Non è solo la storia a fornire argomenti a favore dell’immunità, ma anche la comparazione tra i sistemi giuridici attualmente adottati nel resto dell’Europa e del mondo. Valga per tutti l’esempio francese, dove il parlamentare viene tutelato attraverso un complesso sistema di garanzie che fanno capo al Guardasigilli e ai vertici dell’Assemblea. In tal modo il circuito decisionale resta ben fermo all’interno della sfera politica. In Italia, nel 1993, si decise di abolire l’immunità parlamentare, sull’onda giustizialista di Tangentopoli e della campagna mediatico-giudiziaria che ne derivò.
Oggi i tempi sono maturi per poter riprendere il dialogo sull’immunità parlamentare, superando il vero punto critico dell’intera costruzione delle prerogative parlamentari che si sostanzia nella sua convivenza con altri principi di rilevanza costituzionale come, in particolare, quello di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, disciplinato dall’articolo 3 della nostra Carta. Fermo restando, infatti, l’inviolabile principio di uguaglianza, è opportuno al pari tempo garantire l’equilibrio tra i poteri dello stato e preservare chi ricopre cariche istituzionali dal rischio di delegittimazione da parte di settori del potere giudiziario.
La riapertura del dibattito sull’immunità parlamentare è, dunque, quanto mai opportuna, in quanto dal 1993 l’equilibrio tra i poteri dello stato è stato più volte vulnerato da parte della magistratura .
PROPOSTA DI LEGGE
Art. 1
- L’articolo 68 della Costituzione è sostituito dal seguente:
<<I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.
Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale, né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura.
Eguale autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.
Analoga autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile>>
21 ottobre 2009. Margherita Boniver ha incontrato a Montecitorio il vicepremier e Ministro degli Esteri della Repubblica di Albania Ilir Meta.
21 ottobre 2009 Oggi alla Camera seguito della discussione della mozione Boniver, Stefani, Iannaccone ed altri (n. 1-00254), concernente "Iniziative in materia di cooperazione allo sviluppo".
Mozione allo sviluppo di Margherita Boniver
premesso che :
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la cooperazione allo sviluppo, quale parte integrante della politica estera del nostro Paese, si fonda su due basi prioritarie: la prima è l’esigenza solidaristica di garantire a tutti gli abitanti del pianeta la tutela della vita e della dignità umana; la seconda vede nella cooperazione allo sviluppo il metodo per instaurare, migliorare e consolidare le relazioni tra i diversi Paesi e le diverse comunità. Questo scambio, oltre che far crescere la conoscenza reciproca necessaria a comprendere le reali necessità delle comunità locali destinatarie degli interventi, favorisce relazioni finalizzate ad una crescita economica, ma soprattutto sociale ed umana, rispettosa dell’ambiente e delle diverse culture e che sappia tutelare i beni comuni come acqua, cibo ed energia, così da assicurare la crescita del benessere delle popolazioni e perseguire la pace tra i popoli;
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gli aiuti italiani per la cooperazione allo sviluppo, nonostante la grave crisi economica internazionale, i vincoli europei del Trattato di Maastrich e l’urgenza del risanamento economico, sono stati nel 2008 pari allo 0,22 del PIL con un incremento di 850 milioni di dollari rispetto all’anno 2007. L’obiettivo resta quello di raggiungere lo 0,7 per cento del PIL entro l’anno 2015. Per raggiungere questo obiettivo è necessario mirare a un’impostazione complessiva di sviluppo che consiste nel creare le condizioni per mobilitare con efficacia tutte le sinergie del sistema paese ovvero tutti quei fattori che contribuiscono allo sviluppo sostenibile. In particolare solo attraverso una sinergia di sforzi pubblici e privati si potranno aumentare le capacità del sistema aiuti. Una maggiore e più complessiva compartecipazione del mondo economico ed, in particolare delle imprese, potrà raggiungere obiettivi come un più veloce radicamento delle attività di cooperazione nei Paesi in via di sviluppo e l’esportazione di buoni modelli produttivi e di gestione. Esportare, infatti, buoni modelli produttivi, come quello dell’impresa italiana, non significa imporre , ma proporre modelli virtuosi di sviluppo privato. La sinergia tra pubblico e privato può così dare nuova spinta alla cooperazione e proporre nuova ricchezza soprattutto per l’ Africa ;
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il metodo di rendere più efficaci gli aiuti risulta essere importante proprio in questo periodo di crisi economica internazionale. Ovvero è fondamentale razionalizzare le risorse economiche e responsabilizzare di più i donatori e i beneficiari. E’ quanto stabilito dalla Dichiarazione di Parigi sull’efficacia dell’aiuto del 2005, firmata in ambito OCSE-Dac che prevedeva già un criterio di reciproca responsabilità fra le istituzioni e i Paesi donatori e quelli beneficiari;
- il nuovo modello di sviluppo dovrebbe guardare di più al destinatario che al flusso di risorse, mentre solitamente ci preoccupiamo di più dell’elargizione e se il denaro sia arrivato o meno a destinazione. Va , quindi, introdotto un meccanismo più efficace di coordinamento a livello nazionale tra lo Stato, le Regioni, gli enti locali ed i soggetti privati, maggiore qualità per gli aiuti pubblici e la cosiddetta “ accoutability” per le istituzioni finanziarie internazionali, cioè la certezza e la verifica dei fondi emessi per i Paesi poveri da Fondo Monetario e Banca Mondiale;
- la cooperazione è anche un investimento per il nostro futuro. Infatti se si pensa allo sviluppo dei Paesi di origine dei flussi migratori, questo diviene uno strumento fondamentale per evitare che gli immigrati partano verso l’Europa e verso il nostro territorio. Quindi le risorse impiegate nei Paesi di origine degli immigrati sono importanti perché determinano non solo un freno all’immigrazione sul nostro territorio, ma rientrano anche negli obiettivi fondamentali della scelta cooperativa;
- L’ Italia, anche in sede di G8 si è impegnata a contribuire a superare le cause del conflitto che in Africa assumono gli aspetti più cruenti delle lotte etniche, dell’oppressione religiosa, quest’ultima, purtroppo riapparsa recentemente.. Attraverso la cooperazione allo sviluppo l’ Italia si è adoperata a creare condizioni di vita migliori, lottando contro la povertà, l’analfabetismo, con l’unica consapevolezza che fine dell’attività di cooperazione deve essere il rispetto della dignità dell’uomo; La creazione del Parteniarato Globale per l’Agricoltura e la Sicurezza alimentare ha costituito uno dei temi chiave della nostra Presidenza del G 8, insieme alla salute, all’ istruzione ed alle problematiche connesse con la governance dell’acqua e con un più equo accesso e condivisione di questa preziosa risorsa. Tutto ciò ha , infatti, una grande influenza sulla stabilità politica e sociale e sulla pace; Inoltre sconfiggere le pandemie e le malattie endemiche e rafforzare i sistemi sanitari dei paesi in via di sviluppo sono due degli obiettivi fondamentali per la cooperazione italiana, fra loro strettamente connessi. L’Italia si è impegnata attivamente sia sul piano bilaterale che multilaterale con una convinta partecipazione ed un ruolo spesso primario in forme innovative di finanziamento per la sanità e la lotta all’ Aids, alla tubercolosi e alla malaria;
- Al G8 i Paesi più ricchi hanno deciso di stanziare 20 miliardi di dollari in tre anni per favorire un’agricoltura sostenibile nei Paesi poveri africani e garantire loro l’autossuficienza alimentare. Ora cambia totalmente la strategia di aiuto. Il denaro sarà destinato direttamente a specifici progetti di sviluppo, per non correre il rischio di conferirli a Governi inefficienti o corrotti. I Paesi del G 8 hanno ribadito che sono la povertà e la mancanza di prospettive ad alimentare i conflitti e le guerre civili, ad incoraggiare traffici illeciti di armi, droga ed esseri umani, a fomentare il radicalismo ed il terrorismo;.
- l’ Africa è la prima priorità della cooperazione allo sviluppo italiana, alla quale sono destinate molte risorse disponibili per interventi di cooperazione. La centralità dell’Africa per la cooperazione è stata ribadita in occasione del G 8 . E ‘ necessario, infatti, incoraggiare l’inclusione delle istituzioni africane in un quadro di responsabilità condivise, collaborazione ed impegno reciproco con il fine di migliorare la crescita dei Paesi africani,. E’ opportuno, infatti, rafforzare il dialogo politico tra i Paesi del G 8 e l’ Africa e allo stesso tempo lavorare per un coinvolgimento maggiore delle economie emergenti : Brasile, Cina, India Massico, Sud Africa ed Egitto con lo scopo ultimo di condividere maggiori responsabilità per il miglioramento della governance globale;
-
fondamentale è poi il rapporto con le Ong che sono strutture essenziali nell’attuazione degli interventi di emergenza e , più in generale nel settore delle iniziative riguardanti la sicurezza alimentare e la lotta alla malnutrizione che sono state alcune delle priorità essenziali della presidenza italiana del G 8 L’importanza di questa tipologia di soggetti è, infatti, cresciuta nel corso degli anni ed oggi le Ong, anche grazie ad un evidente percorso di professionalizzazione e di specializzazione, hanno ormai ottenuto un grado di riconoscimento e legittimazione che le pone, a tutti gli effetti, come attori protagonisti nel settore della cooperazione internazionale ;
- nelle proposte di stanziamenti per la Cooperazione allo sviluppo contenute nel DDL Bilancio 2010 e Bilancio di previsione 2010 – 2012 non figurano attualmente previsioni, sia pur graduali per i vincoli di finanza pubblica, d’incrementi che possano indicare l’inizio di un percorso di progressivo avvicinamento del nostro paese agli obiettivi internazionalmente fissati di rapporto Aiuto Pubblico allo Sviluppo – Reddito Nazionale Lordo;
- sarebbe invece prezioso, per la credibilità e l’immagine internazionale dell’Italia e soprattutto al termine della nostra unanimemente apprezzata Presidenza del G8 e in vista dell’esame che sarà svolto il prossimo anno alle Nazioni Unite sullo stato di avanzamento degli Obiettivi del Millennio, fornire alla Comunità internazionale una chiara conferma dell’inversione di tendenza verificatasi nel 2008 - con una percentuale di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) rispetto al Reddito Nazionale Lordo (RNL) dello 0,22% - rispetto al 2007 (0,19%);
- come in più occasioni è stato ribadito anche al più alto livello di Governo, l’Italia ha reiterato la propria volontà di onorare gli impegni assunti, sebbene con la gradualità necessaria per i severi limiti posti dalle condizioni della finanza pubblica ed aggravati dagli effetti della crisi finanziaria internazionale, che non consentiranno di raggiungere nel 2010 la tappa intermedia di un rapporto dello 0,51% fra APS e RNL, nella direzione dello 0,7% nel 2015;
- le stime più recenti, frutto di congiunte elaborazioni del Ministero Affari Esteri e del Ministero Economia e Finanze, per il 2009, indicano attualmente un rapporto APS/RNL che potrebbe oscillare intorno allo 0,17%, salendo allo 0,18% nel 2010 ma tornando intorno allo 0,17% nel 2011;
- fondi di cooperazione del MAE e le risorse umane preposte alla loro programmazione e gestione rivestono carattere strategico sia per la visibilità della cooperazione italiana, in quanto consentono interventi bilaterali sul terreno, sia per la loro capacità di aggregare e mobilitare altre risorse facendo sistema, senza tralasciare l’importante ruolo che rivestono nel promuover l’immagine e il prestigio dell’Italia;
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per tali loro valenze, possono contribuire anche al raggiungimento degli obiettivi di stabilità e di progresso socio-economico in aree d’importanza cruciale per la provenienza dei flussi d’immigrazione clandestina, spesso connessi a fenomeni di criminalità organizzata, che mettono spesso a repentaglio la sicurezza del nostro Paese;
Impegna il Governo:
- a non interrompere, nell’esercizio in corso, il processo di graduale incremento del rapporto APS/RNL registratosi nel 2008, anche mediante il versamento di contributi italiani pendenti, con particolare riferimento ai 130 milioni di euro dovuti al Fondo Globale per la lotta all’AIDS, alla Tubercolosi e alla Malaria (altrettanti saranno dovuti nel 2010), ai 30 milioni di dollari aggiuntivi per il Fondo stesso, su cui il Presidente del Consiglio si è positivamente espresso in occasione del Vertice G8 de l’Aquila, a una prima quota di quanto l’Italia deve come adempimento degli obblighi assunti con la Convenzione di Londra sugli aiuti alimentari e ad un primo versamento dei contributi per Banche e Fondi di sviluppo multilaterali cui l’Italia si è impegnata;
- a dare continuità a questo percorso anche nel triennio 2010 – 2012 verificando, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica, la fattibilità di un piano di riallineamento dell’APS italiano che, a partire dal triennio in questione, porti gradualmente l’Italia verso il raggiungimento degli obiettivi internazionalmente fissati, sia pure in un arco temporale più esteso, dando attuazione agli impegni in tal senso confermati dal Governo stesso e conferendo, in tal modo, alla Cooperazione del nostro paese quella prevedibilità che è unanimemente giudicata uno dei canoni fondamentali dell’accountability sul piano internazionale;
- a garantire tale continuità mediante l’integrazione, nell’ambito del citato piano di riallineamento, dei fondi destinati alla Cooperazione allo Sviluppo, anche con le risorse umane necessarie sul piano quantitativo e qualitativo;
- sempre nell’ambito di tale piano di riallineamento, a considerare anche la necessaria dotazione delle risorse indispensabili a far fronte agli impegni assunti nei confronti del Fondo Globale, che nel 2010 chiamerà i donatori ad impegnarsi per il suo rifinanziamento nel triennio 2011 – 2013.
30 settembre 2009. Montecitorio. Incontro insieme al presidente Fini, con il Presidente del Pakistan Asif Ali Zardari.
22 settembre 2009. Comitato Schengen presieduto da Margherita Boniver. Audizione del sottosegretari Mantovano
13 -15 settembre 2009. Quale inviata speciale del Ministro degli Affari Esteri per le emergenze Umanitarie e le Situazioni di Vulnerabilità Margherita Boniver a New York incontra all’Onu: L’Under Secretary General for Humanitarian Affairs Holms – Il Capo di Gabinetto del Segretario Generale Nambiar – L’Under Secretary General for Politican affaire Pascoe – L’Under Secretary General for Peacekeeping opérations Le Roy – L’Under Secretary General for Safety and Security Starr
21 luglio 2009: Risoluzione Birmania: Intervento Margherita Boniver
La III Commissione (Affari Esteri e Comunitari)
Premesso che: il Premio Nobel per la pace Daw Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione alla giunta militare birmana, ha passato 13 degli ultimi 19 anni agli arresti domiciliari e a poche settimane dalla scadenza di tale misura coercitiva è stata ricondotta in prigione, nonostante la necessità di sottoporsi a cure mediche, e sottoposta ad un processo nel quale non vengono rispettate le più elementari garanzie per la difesa; le autorità birmane hanno permesso l'accesso al processo a giornalisti e diplomatici stranieri per un solo giorno; vi sono nel Paese ancora più di duemila detenuti politici, sottoposti a maltrattamenti e condizioni carcerarie molto dure; non si registrano progressi in nessuna delle questioni che caratterizzano come particolarmente brutale e repressivo il regime militare birmano, quali la pratica del lavoro forzato, il reclutamento di bambini soldato, la negazione dei fondamentali diritti umani e delle libertà sindacali; numerose iniziative sono state assunte in tutto il mondo per il sostegno al popolo birmano e a Daw Aung San Suu Kyi e lei stessa ha recentemente auspicato l'avvio di un processo di riconciliazione nazionale; undici Premi Nobel per la pace, in un appello al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon hanno definito una farsa il processo a Daw Aung San Suu Kyi e richiesto che della questione sia investito al più presto il Consiglio di Sicurezza dell'ONU; durante l'incontro dei Ministri degli esteri dell'Asia-Europe Meeting (ASEM) del 25-26 maggio 2009 è stata espressa preoccupazione per la situazione birmana e richiesta la liberazione di tutti i prigionieri politici; nella sessione annuale della Conferenza annuale dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, in corso a Ginevra, è stato approvato un documento che chiede alla giunta militare birmana la revisione della Costituzione appena approvata per allinearla alla Convenzione sul lavoro forzato e la liberazione di Daw Aung San Suu Kyi e di tutti i detenuti politici, degli attivisti sindacali e delle persone incarcerate per avere segnalato abusi; proseguono le violenze contro le minoranze etniche che hanno recentemente portato ad un nuovo afflusso massiccio di profughi nel territorio tailandese; alcune imprese italiane continuano ad avere rapporti commerciali con la Birmania, nei settori sanzionati dalla UE. In alcuni casi, oltre ad infrangere una decisione europea, fatto di per sé grave, potrebbero contribuire allo sfruttamento di una manodopera priva di qualsiasi protezione giuridica e al saccheggio delle risorse naturali del Paese; nel corso della visita nel Paese svoltasi all'inizio di luglio il Segretario generale dell'ONU Ban Ki-Moon non ha potuto avere un colloquio con Aung San Suu Kyi ed al suo ritorno ha ribadito la necessità della liberazione di tutti i prigionieri politici, dell'avvio di un dialogo costruttivo e dello svolgimento nel 2010 di elezioni libere, corrette ed inclusive; analogo auspicio è contenuto anche nel comunicato diramato il 20 luglio 2009 al termine dell'incontro dei ministri degli esteri dell'ASEAN svoltosi in Thailandia;
impegna il Governo:
a chiedere con forza e in tutte le sedi opportune l'immediata rilascio del Premio Nobel Daw Aung San Suu Kyi e di tutti i detenuti politici; ad agire, di concerto con i partner dell'Unione europea, al fine di adottare ogni misura ritenuta adeguata verso la Birmania, ivi compreso un possibile rafforzamento dell'attuale regime sanzionatorio, senza escludere di valutare eventuali interventi relativi agli strumenti di intermediazione assicurativa e finanziaria; ad effettuare una efficace vigilanza in sede di applicazione delle attuali sanzioni, emanando precise direttive alle amministrazioni interessate, in particolare alla Agenzia delle dogane, per contrastare comportamenti elusivi; a garantire le risorse finanziarie necessarie per proseguire il contributo italiano all'azione umanitaria per le popolazioni colpite dal ciclone Nargys e per i profughi, in particolare sostenendo l'azione delle ONG e delle Agenzie internazionali delle Nazioni Unite e i programmi dell'Unione europea; a prendere iniziative nelle sedi internazionali, in particolare alle Nazioni Unite e attraverso contatti con i Paesi del Sud Est asiatico, per sostenere la liberazione di Daw Aung San Suu Kyi e di tutti i detenuti politici nonché l'avvio del dialogo tra le parti interessate ad una rapida transizione verso la democrazia attraverso un processo costituzionale concordato con l'opposizione che superi l'inaccettabile situazione presente e fornisca adeguate garanzie affinché le elezioni previste per il 2010 si realizzino sulla base di standard democratici internazionalmente riconosciuti;
a sostenere l'azione del Segretario generale dell'ONU e del suo Rappresentante e dell'Inviato speciale dell'Unione europea.
16 - 17 luglio 2009 - Missione a Malta. Margherita Boniver guida Il comitato Schengen e immigrazione in visita a Malta per affrontare i comuni problemi relativi all’immigrazione clandestina. Incontro con il vice primo Ministro r Ministro agli Affari Esteri, con il Segretario Generale del Ministero dell’Interno. Incontro con medici senza Frontiere. Con lo speaker del Parlamento On. Louis Galea. Visita al Centro Chiuso Hal Far e al Centro Aperto.
14 luglio 2009. Intervento all’esame delle mozioni concernanti iniziative svolte a sostenere il processo di riconciliazione in Somalia
!3 luglio 2009 - Discussione della proposta di legge di Boniver (Pdl, n. 1446), recante "Modifica della denominazione e delle competenze del Comitato parlamentare di cui all'articolo 18 della legge 30 settembre 1993, n. 388"
6 - 9 luglio 2009. Missione della commissione Esteri in Giordania e Libano.
Giordania: incontri con ilPresidente della Camera, il presidente del Senato, Commissioni Esteri Senato e Camera, Ministro degli esteri. Incontro con il primo Ministro Nader Dahabi, .
Libano: visita al quartiere generale UNIFIL e del contingente italiano. Incontro con il presidente della Repubblica, con il presidente del Parlamento e del Consiglio.
29 maggio 2009. Roma. Il comitato Schengen – Europol – Immigrazione incontra il Presidente Giorgio Napolitano per illustrare l’attività fin qui svolta.

21 - 22 maggio 2009. Grecia. Guida la delegazione del Comitato Schengen e Immigrazione di cui è presidente. Oggetto della missione incontro con il Vicemenistro degli Esteri, con Vice presidente del Parlamento e membri della Commissione Giustizia e Ordine Pubblico. Visita all’isola di Samos e al centro di raccolta temporanea degli immigrati, incontro con il direttore di Polizia.
11 maggio 2009. Bruxelles, come presidente del Comitato Parlamentare Schengen, immigrazione ed Europol, incontra il Commissario Europeo J. Barrot per discutere degli ultimi sviluppi in merito agli sbarchi d'immigrati clandestini sulle coste siciliane.
5 – 8 maggio 2009. Missione nel Sudan, come inviato speciale del Ministro degli Esteri per le emergenze umanitarie, per incontrare le autorità sudanesi e visitare i campi profughi del Darfur. Si reca poi a Juba nel Sudan meridionale e ottiene la liberazione- dopo una serrata trattativa - dell’italiano Albino Previdi incarcerato innocente nelle locali prigioni
1 – 3 maggio 2009 Missione in Somalia, come inviato speciale del ministro degli Esteri per le emergenze umanitarie, con l’obiettivo di agevolare la soluzione la vicenda del Buccaneer” e dei 10 italiani sequestrati.
11 marzo 2009 - Seguito della discussione della mozione Mecacci e altri n. 1- 00089 concernente iniziative per il rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche in Tibet (ore 18,07).
(Dichiarazioni di voto)
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boniver. Ne ha facoltà.
MARGHERITA BONIVER
Signor Presidente, onorevole Ministro e colleghi,
la questione tibetana (e lo sappiamo tutti), come altre situazioni di crisi - e cito solo quelle più longeve: vedi il Kashmir, la irrisolta disputa israelo-palestinese, addirittura gli accordi di pace nell'Irlanda del Nord, che in questi giorni sembrano essere messi in discussione - appartiene a quel novero di problemi cosiddetti intrattabili. In queste ore, esattamente come avveniva un anno fa, a Lhasa, capitale di quello che i cinesi chiamano «regione autonoma del Tibet», peraltro off-limits e sigillata agli stranieri e ai giornalisti, è in atto una durissima repressione per sedare ogni focolaio di protesta e ogni commemorazione della perduta indipendenza, avvenuta esattamente mezzo secolo.
Mao Tse Tung invade il Tibet essenzialmente per motivi geostrategici; i suoi successori hanno cercato invece di cancellare il passato, il presente e il futuro di questa antichissima etnia attraverso imponenti investimenti economici ed il trasferimento di popolazione (oggi i tibetani sul loro territorio sono minoranza rispetto all'etnia degli Han), ma senza riuscire mai a conquistare i cuori di quelle popolazioni che ancora oggi battono per il carisma e per la straordinaria battaglia non violenta e moderata del loro leader spirituale e politico, Sua Santità il Dalai Lama, il quale vuole per il suo popolo l'autonomia reale a lungo promessa e mai realizzata e non l'indipendenza.
Il celebre motto di Mao - creare il nuovo distruggendo il vecchio - sembra essere fallito, anche se per la verità gli appelli del Dalai Lama sono rimasti lettera morta e le democrazie occidentali troppo spesso, anzi quasi sempre, hanno perseguito una politica di rispetto per le sensibilità cinesi e di accettazione dello status quo.
Pechino continua a definire la questione tibetana come una questione interna; l'Occidente continua a protestare Pag. 55per la mano pesante, gli arresti, le torture, i morti, i desaparecidos e l'umiliazione sistematica inflitta all'antichissima cultura dei monasteri, nonché la quotidiana denigrazione della cricca separatista - come dicono loro - del quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, di cui è severamente proibito in Tibet esporre il ritratto.
A nulla sono valsi sino ad oggi i tentativi di migliorare, da un punto di vista economico, la qualità della vita degli abitanti del «tetto del mondo», i quali continuano a sopravvivere in condizioni miserrime. La rapida crescita economica della regione autonoma, a seguito dei massicci trasferimenti di risorse dal centro prima dell'attuale crisi finanziaria (negli ultimi sette anni la crescita del PIL toccava il 12 per cento), ha paradossalmente allargato l'ineguaglianza sociale sia all'interno della regione, sia ai suoi confini, tra le popolazioni pastorali ed agricole.
Hu Jintao, oggi Presidente della Repubblica Popolare Cinese, comincia la sua spettacolare scalata ai vertici del Partito comunista proprio a Lhasa negli anni Ottanta, quando viene nominato commissario della regione autonoma, imponendo una durissima legge marziale.
Oggi è sotto gli occhi di tutti il fallimento sostanziale di questa politica che ha tentato di inglobare e cancellare l'etnia tibetana con metodi che il Dalai Lama ha definito un genocidio culturale; una politica incapace di trovare altra soluzione che il perpetuarsi di una repressione che determina la più grave crisi di immagine per Pechino dal massacro di piazza Tienanmen.
Le promesse di Mao del 1951 per una sorta di Governo autonomo guidato dal Dalai Lama non sono mai state mantenute; la conseguenza è che oggi la linea moderata e non violenta della massima autorità spirituale tibetana comincia ad essere contestata dalle nuove generazioni di tibetani, che non possono accettare le durissime condizioni di vita imposte dal soffocante controllo del Governo cinese e sognano, sbagliando, di recuperare l'indipendenza perduta.
C'è comunque un modo per attenuare questo conflitto strisciante: dobbiamo ricordare alla Cina che ella non è il solo Paese che ha dovuto affrontare problematiche connesse ad una grande regione con chiare differenze etniche, linguistiche e religiose. Altri Paesi le hanno risolte positivamente; è stato così per la Catalogna in Spagna, è stato così per l'Alto Adige e per le innumerevoli altre situazioni dove sono stati riconosciuti e rispettati i diritti delle minoranze.
La soluzione si trova in un maggior grado di libertà sostanziali, nella possibilità di mantenere la propria lingua, le proprie istanze e, soprattutto, la propria religione; la soluzione, ovviamente, è nel metodo democratico. L'autonomia non può essere una semplice formula priva di contenuti, ma al contrario deve spingersi fino ai limiti concessi dalla stessa apposita legge cinese del 1984 che riconosce alcuni diritti delle minoranze (legge peraltro mai applicata) e che poteva essere una parziale apertura. Ma soprattutto, la soluzione si trova attraverso una politica forte che non teme separazioni territoriali, del tutto inattuabili, e non rivendicate, ma, al contrario, tuteli la libertà di espressione e di sviluppo culturale.
Non ci stancheremo mai di ribadire che attorno alla questione tibetana sono in gioco i fondamentali diritti umani, e che per difendere questi inalienabili diritti, la voce di questo Parlamento deve alzarsi univoca, forte e chiara. Preannunciando il voto favorevole del mio gruppo, concludo dicendo che è solo parlando un linguaggio franco ed amichevole nei confronti di Pechino, che gioca anche un ruolo fondamentale, e spesso positivo, su altri scacchieri internazionali, che potremmo forse evitare quella soluzione finale paventata dal Dalai Lama che, in queste ore buie, tutto sembra far presagire (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
26 – 27 febbraio 2009 – Missione in Spagna del Comitato Schengen
26 febbraio Madrid – incontro Commissione Lavoro e Immigrazione – Incontro Sottosegretario immigrazione – incontro Sottosegretario Interno e direttore generale Immigrazione.
27 febbraio 2009 Melilla – Incontro con Delegado del Governo - visita al Centro di Accoglienza Temporanea – Visita alla barriera di confine con il Marocco.
23 febbraio 2009 – Disegno di legge di ratifiva; Tratta di amicizia, partenariato e coopoearzione con la repubblica dell’Irak – Relatore Margherita Boniver
16 febbraio 2009 - MOZIONE BONIVER CONCERNENTE INIZIATIVE PER LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI E PER L'AFFERMAZIONE DELLE LIBERTÀ DEMOCRATICHE IN BIRMANIA
Mozione
La Camera, premesso che:
il Premio Nobel per la pace Daw Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, è da 13 anni agli arresti domiciliari;
in questo ultimo anno il numero dei detenuti politici è passato da 1100 ad oltre 2130 e questi sono vittime di torture, maltrattamenti e pesantissime condizioni carcerarie, incluso il ricorso diffuso alla tortura e ai lavori forzati;
negli ultimi due mesi sono stati condannati a pene detentive, che vanno sino a 68 anni di carcere, 186 detenuti politici, membri della Lega nazionale per la democrazia, della cosiddetta «Generazione '88»; tra essi sindacalisti, attori, giornalisti, monaci, che hanno la sola responsabilità di aver tentato di esprimere liberamente la loro opinione nelle cosiddetta «rivoluzione zafferano» del settembre 2007;
l'appello del 3 ottobre 2008 di Navanethem Pillay, recentemente nominato Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha richiesto alle autorità militari birmane il rilascio di tutti i prigionieri;
l'appello al Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon di 112 ex Capi di Stato e di Governo chiede la liberazione immediata e incondizionata di tutti i detenuti politici, inclusa Daw Aung San Suu Kyi;
la giunta militare birmana rifiuta deliberatamente di adottare qualsiasi misura preventiva o di salvaguardia contro la grave carestia che sta minacciando lo Stato di Chin nella parte occidentale del Paese;
Secondo l'autorevole rapporto della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine, la Birmania è una dei due Paesi al mondo il cui esercito continua ad usare mine antiuomo;
nel 2007 le vittime delle mine sono aumentate del 76 per cento e il regime sta incrementando la presenza di campi minati, soprattutto al confine tra Birmania e Bangladesh;
come denunciato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, si perpetua nel Paese la pratica del lavoro forzato e la giunta militare utilizza direttamente ed indirettamente il lavoro forzato per la costruzione di strade, dighe e la ricostruzione delle zone colpite dal ciclone Nargis; a 10 anni dalle
raccomandazioni della commissione di inchiesta dell'Organizzazione internazionale del lavoro, la giunta militare non ha adottato alcuna delle raccomandazioni per l'eliminazione del lavoro forzato;
la medesima commissione di inchiesta dell'Organizzazione internazionale del lavoro ha dichiarato il lavoro forzato come un crimine contro l'umanità e il consiglio di amministrazione ha deciso di mantenere aperta la possibilità di chiedereun parere consultivo urgente alla Corte internazionale di giustizia per la violazione della Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro sul lavoro forzato n. 29 e le istituzioni internazionali, I Governi, gli imprenditori e le parti sociali sono chiamate a rivedere I propri rapporti con la Birmania, in modo da evitare che questi possano contribuire al lavoro forzato;
la giunta militare birmana continua a reclutare bambini soldato;
la commissione dell'Organizzazione internazionale del lavoro sulla libertà sindacale ha presentato le conclusioni del suo lavoro e ha condannato duramente nella sessione di novembre 2008 la giunta militare per la violazione di questo diritto umano fondamentale, attraverso la condanna all'ergastolo dei sindacalisti e la definizione del sindacato birmano come organizzazione terrorista;
le autorità militari birmane continuano le deportazioni forzate di migliaia di abitanti dei villaggi e le violenze e le intimidazioni hanno prodotto un aumento del numero dei rifugiati interni e nei Paesi limitrofi, che spesso cadono vittima di traffici di esseri umani e di sfruttamento sessuale ed economico;
la Commissione dell'Onu sulle donne (Cedaw) ha condannato la cultura di impunità nel trattamento dei perpetratori degli stupri;
la situazione dei diritti umani è ulteriormente deteriorata e, nonostante le raccomandazioni delle istituzioni internazionali, la repressione politica il Segretario generale delle Nazioni Unite ha annunciato la decisione di rinunciare alla prevista visita in Birmania, che avrebbe dovuto avvenire entro il mese di dicembre 2008, a causa dell'assenza dei presupposti che permettessero la ripresa del dialogo;
l'inviato speciale dell'Unione europea per la Birmania, Piero Fassino, ha riaffermato il disappunto della comunità internazionale di fronte all'atteggiamento della giunta e la comunità internazionale non ha intenzione di arrendersi allo status quo, né può accettare un Paese ridotto alla fame e privo di ogni libertà civile;
nel corso del ciclone Nargis le autorità birmane hanno impedito per lungo tempo l'accesso nel Paese di esperti e di organizzazioni umanitarie per la gestione dell'emergenza;
le Nazioni Unite hanno reso noto nell'agosto 2008 che le autorità militari birmane si erano appropriate in modo illecito di una parte di aiuti umanitari destinati alla Birmania, applicando falsi tassi di cambio;
a seguito del tempestivo intervento del Segretario generale Onu vi è stata un'apertura limitata alle organizzazioni internazionali;
le autorità militari birmane hanno bloccato l'accesso via internet ai mezzi di comunicazione liberi, hanno vietato la diffusione delle fonti di informazione indipendenti e hanno arrestato i cosiddetti «cyberdissidenti» per aver tentato di esprimere liberamente le loro opinioni politiche;
nonostante la gravissima crisi umanitaria determinata dal ciclone Nargis e l'assenza delle condizioni minime di trasparenza e di rispetto degli standard internazionali, le autorità birmane hanno deciso di tenere un referendum per l'approvazione della bozza di costituzione il 10 maggio 2008 in tutto il Paese ed il 24 maggio 2008, nelle zone colpite dal ciclone;
dai rapporti ricevuti dalle organizzazioni democratiche si sono registrate diffuse minacce, ritorsioni e situazioni nelle quali le schede del referendum erano state già votate;
l'auspicato dialogo con le forze democratiche, con i rappresentanti delle minoranze etniche e della Lega nazionale della democrazia non ha avuto luogo; labozza di costituzione non è stata frutto di un dialogo inclusivo e democratico e la stessa mira a garantire la prosecuzione del potere politico dei militari e a limitare e condizionare pesantemente lo sviluppo di istituzioni pienamente democratiche;
la giunta militare si è impegnata a costruire un reattore nucleare e tali responsabilità non sono state affidate al Ministro dell'energia, ma al Ministro della difesa, creando i presupposti perché tale reattore sia destinato a scopi militari;
numerose iniziative sono state assunte in Italia, in modo particolare dagli enti locali, per il sostegno al popolo birmano e ad Aung San Suu Kyi, conferendo a lei e ad altri detenuti politici la cittadinanza onoraria;
i diritti umani fondamentali - come riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale, sanciti dalle Dichiarazioni delle Nazioni Unite e richiamati nel Trattato per la Costituzione dell'Europa - rappresentano l'orizzonte comune dei popoli di tutto il mondo e devono costituire un riferimento costante per la politica internazionale e, in particolare, per l'iniziativa dei Governi democratici nei confronti dei Paesi in cui tali diritti sono disconosciuti e conculcati;
il diritto alla libertà in tutte le sue manifestazioni è un bene universale che non conosce confini geografici, in quanto appartenente all'intera famiglia umana e al futuro delle nuove generazioni;
particolare rilievo assume il richiamo ai diritti umani universali, con riferimento alle donne, come espressamente sancito dalle Conferenze mondiali dell'Onu e, in particolare, dalla Conferenza di Pechino nel 1995;
il 10 dicembre 2008 è ricorso il 60o anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo;
si auspica che:
a) vi sia l'immediata e incondizionata liberazione di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace, agli arresti domiciliari da 13 anni;
b) vi sia l'immediata liberazione di tutti i prigionieri politici;
c) siano fornite cure mediche ai prigionieri politici e il comitato internazionale della Croce rossa possa riprendere le visite;
d) il Segretario generale dell'Onu metta in atto con urgenza tutte le iniziative necessarie, compresa una risoluzione del Consiglio di sicurezza, al fine di poter sbloccare la gravissima situazione di stallo attuale e per la liberazione di tutti i detenuti politici, affinché sia avviato un vero dialogo tripartito con tutte le forze politiche democratiche e la leader Aung San Suu Kyi, siano fissate scadenze e parametri per le riforme e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adotti ulteriori misure nei confronti della Birmania, in caso di mancato rispetto delle scadenze e dei parametri stabiliti;
e) gli Stati dell'Associazione dei Paesi del Sud Est asiatico rafforzino l'iniziativa politica e diplomatica nei confronti della giunta militare per il rilascio dei detenuti politici e l'avvio di un concreto dialogo ripartito;
f) sia condannata fermamente la pulizia etnica perpetrata contro le minoranze etniche e, in particolare, i Karen;
g) siano messe in atto tutte le iniziative internazionali necessarie ad ottenere che le elezioni del 2010 si realizzino sulla base di standard democratici internazionalmente riconosciuti, di una legge elettorale elaborata con il concorso dell'opposizione e da essa condivisa e con garanzie di piena agibilità politica per tutti i partiti e i candidati;
h) sia espressa viva preoccupazione per il fatto che l'organo investigativo istituito dalla giunta militare per indagare sulle morti, gli arresti e le sparizioni legate alle manifestazioni pacifiche del settembre 2007 non abbia fornito alcun risultato e sia chiesto alle autorità birmane di facilitare le operazioni di una commissione investigativa patrocinata dalle Nazioni Unite;
i) siano sollecitati i Governi di Cina, India e Russia ad utilizzare nei confronti delle autorità birmane i considerevoli mezzi di pressione economici e politici di cui dispongono, al fine di favorire il conseguimento di progressi sostanziali nel Paese, invitandoli a cessare di fornire armi e altre risorse strategiche;
l) sia espressa forte preoccupazione per la costruzione di un reattore nucleare sperimentale e si chieda all'Agenzia internazionale per l'energia atomica di porre in atto tutte le verifiche necessarie ad evitare che si costruisca un reattore a fini militari,
impegna il Governo:
ad agire, di concerto con i partner dell'Unione europea, al fine di adottare misure adeguate verso la Birmania, ivi compreso un possibile rafforzamento dell'attuale regime sanzionatorio;
a mettere in atto attraverso lo strumento della cooperazione allo sviluppo e altri strumenti non solo iniziative di aiuto umanitario, ma anche programmi mirati al sostegno e al rafforzamento delle organizzazioni democratiche birmane in esilio, al fine di aumentare la loro capacità di promozione di attività di denuncia delle violazioni dei diritti umani e del lavoro e di iniziativa democratica e progetti che favoriscano la crescita della società civile locale;
a promuovere, attraverso organizzazioni non governative e Agenzie dell'Unione europea e dell'Onu, l'azione di sostegno umanitario e programmi di cooperazione in settori cruciali per la vita della popolazione birmana;
ad agire in tutte le sedi internazionali e comunitarie per sostenere l'avvio del dialogo tra le parti interessate ad una rapida transizione verso la democrazia in Birmania.
(Dichiarazioni di voto)
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boniver. Ne ha facoltà.
MARGHERITA BONIVER. Signor Presidente, onorevole sottosegretario, onorevoli colleghi, nella giornata di ieri, soprattutto, è stata illustrata, con molta capacità, questa mozione, che giunge al nostro voto, dopo che è stata votata all'unanimità, praticamente nella stessa identica versione da parte del Parlamento europeo nell'autunno dell'anno scorso. Non ripeterò quanto è stato già detto da chi mi ha preceduto, perché credo che la situazione birmana sia stata portata alla vostra conoscenza in tutti i suoi molteplici aspetti. Quasi cinquant'anni fa, nel 1962, una dittatura militare comunista si impadroniva dell'ex Birmania e da allora non vi è stato alcun tipo di ammorbidimento da parte di una dittatura che ha fatto scempio dei diritti del proprio popolo, che ha inflitto un dolore infinito pressoché all'intera popolazione, meno, naturalmente, agli amici dei generali, che ha provocato l'orrore, che è sotto i nostri occhi, dell'uso forzato dei lavoratori, motivo per cui la Birmania potrebbe, in qualsiasi momento, essere portata di fronte alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità, che ha provocato l'esodo di milioni di birmani e di quasi tutte le minoranze e che ha portato anche, dopo il terribile evento naturale del Nargis, all'ulteriore impoverimento di una nazione che è considerata tra le più povere del mondo, ma che, malgrado questo, spende circa il 40 per cento del suo budget in spese militari. Su questa tematica abbiamo svolto un buon lavoro con i sindacati italiani, innanzitutto con la CISL, alla quale mi pare giusto rendere grazie. Questo è un problema pressoché intrattabile: abbiamo appena ascoltato, nell'intervento dell'inviato speciale dell'Unione europea per la Birmania, il collega Fassino, quante risoluzioni, quante decisioni e quante sanzioni si siano oramai accumulate contro il regime birmano, ottenendo un risultato pressoché pari a zero.
I motivi, naturalmente, sono molteplici: innanzitutto, salvo tornare alla tesi dell'ingerenza umanitaria, che è stata praticata ormai un decennio fa, per esempio con riferimento alla questione del Kosovo, senza questa ingerenza umanitaria, anche armata, che non è all'ordine del giorno, non si può che continuare con la cosiddetta moral suasion. Però, vi sono dei buchi veri e propri, nel senso che, mentre l'Europa mantiene una posizione di sanzioni molto rigida, vi sono Paesi del sud-est asiatico, molto importanti, anche democratici, che non sottoscrivono queste sanzioni. Questo dà un'assoluta e totale impunità al regime militare birmano non soltanto nel continuare a tenere agli arresti domiciliari, da oltre 15 anni, il premio Nobel Aung San Suu Kyi e nell'imprigionare migliaia di prigionieri politici, ma, soprattutto, nel fare esattamente quello che più sembra utile alla dittatura, moltiplicando le violazioni dei fondamentali diritti di quel popolo. Questa mozione è composta da un'ampia premessa, dieci punti qualificanti e dagli impegni che richiamano l'attenzione del Governo affinché la Birmania non scompaia dall'agenda delle Nazioni Unite, ma soprattutto non scompaia dall'agenda delle cose che ancora si possono fare; perché, quando nel 2004, è iniziata la breve stagione del cosiddetto Bangkok Process, ciò ha significato convincere, anche se con una certa tiepidezza da parte loro, i Paesi membri dell'Associazione regionale dei Paesi del Sud-Est asiatico a fare attenzione a quello che succedeva nella vicina Birmania, cioè a farsi carico di spingere la giunta militare verso una qualche flebile apertura. Ahimè, il Bangkok Process si è poi chiuso dopo una breve stagione, ma potrebbe certamente prendere nuove forme: l'importante è non chinare il capo, non inchinarsi di fronte a quello che sembra un cosiddetto problema intrattabile. Non ci sono problemi intrattabili: c'è forse una flebile volontà politica di mantenerli in questa condizione. Credo, quindi, che il nostro Paese, che non ha passati coloniali da scontare e non ha interessi commerciali o economici in Birmania, potrebbe agevolmente prendere nuovamente la leadership di un'azione mirata, affinché si possa aprire una qualche breccia. Altrimenti continueremo, come abbiamo sentito, con le visite degli inviati speciali dell'ONU, con le risoluzioni che vengono votate e con le innumerevoli iniziative che, purtroppo, non ottengono i risultati desiderati.
Mi chiedo, quindi, se non sia il caso che il nostro Paese assuma tale leadership, al di là di questo momento parlamentare, che mi auguro faccia trovare l'unità di intenti e, quindi, un voto unanime da parte di tutti i gruppi sulla mozione in esame; mi chiedo se, per esempio, non valga la pena di spingere, affinché vi siano certe misure in Birmania così come avvenuto l'altro giorno per il Presidente del Darfur, Al-Bashir, il quale è stato messo sotto processo: nel Darfur si è trovato immediatamente un modo per far sedere intorno allo stesso tavolo i ribelli del JEM ed i governanti di Khartoum. Su questo argomento credo che potremmo fare ancora molto, perché è indubbio che, al di là delle elezioni che ci auguriamo non siano una farsa e che avverranno nel 2010, tutto quello che la comunità internazionale può mettere in atto, non soltanto dal punto di vista della pressione diplomatica e del sostegno umanitario, sortisca gli effetti di smuovere questa che è una delle peggiori dittature, che massacra e martirizza un intero popolo. Con ciò, preannunzio il voto favorevole del gruppo del Popolo della Libertà (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
18 febbraio 2009. Comitato Schengen. Audizione con ministro Ronchi.
16 febbraio 2009. In Aula alla Camera discussione della mozione Boniver ed altri (n 1-00086) "concernente iniziative per la difesa dei diritti umani e per l'affermazione delle liberta' democratiche in Birmania".
15 – 17 febbraio 2009. Londra – Conferenza interparlamentare per la lotta all’antisemitismo.
12 febbraio 2009. Prosegue l'esame dei disegni di legge di ratifica del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione fra la Repubblica italiana e la Repubblica dell'Iraq - rel.Boniver
11 febbraio 2009. Comitato Schengen. Indagine conoscitiva sulle nuove politiche europee in materia di immigrazione. Audizione del Sottosegretario al Ministero dell’Interno, Alfredo Mantovano.
28 gennaio 2009. Commissione Esteri. Trattato di amicizia con l’Irak. Relatore Margherita Boniver.
7 - 9 gennaio 2009. Missione in Kenia per sollecitare la liberazione delle suore italiane rapite.
10 dicembre 2008. ANNUNCIATA AL SENATO E ALLA CAMERA UNA MOZIONE FIRMATA DALLA SENATRICE ALBERTINA SOLIANI E DALL'ONOREVOLE MARGHERITA BONIVER
Nel giorno in cui ricorre il 60' Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la senatrice Albertina Soliani (Pd) e l'onorevole Margherita Boniver (Pdl) hanno presentato, rispettivamente nell'aula del Senato e della Camera, una mozione che impegna il governo: "a liberare immediatamente e incondizionatamente Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, agli arresti domiciliari da 13 anni, e tutti i prigionieri politici". E ancora "che siano invalidati i risultati del referendum del 10 maggio 2008 e la costituzione conseguentemente approvata, richiedendo alla Unione Europea di mettere in atto tutte le iniziative necessarie ad evitare che la giunta militare promuova le elezioni del 2010 sulla base di una costituzione elaborata senza tutte le parti interessate e che prevede istituzioni in cui l’esercito continua a mantenere un peso preponderante e senza aver messo in atto un vero dialogo per la democrazia".
La mozione impegna inoltre il Governo "ad agire, in seno al Consiglio Europeo, per il rafforzamento delle sanzioni economiche della UE per includere nei settori interessati dalle sanzioni il divieto di accesso ai servizi bancari internazionali per le imprese di proprietà dei militari birmani, la sospensione di tutte le importazioni di prodotti tessili fabbricati in Birmania, l'impedimento all'accesso per alcuni generali e le loro famiglie alle possibilità commerciali, alle cure sanitarie, agli acquisti di merci e all'istruzione all'estero". E ancora "a mettere in atto, attraverso lo strumento della cooperazione allo sviluppo, non solo iniziative di aiuto umanitario ma anche programmi mirati al sostegno e al rafforzamento delle organizzazioni democratiche birmane in esilio al fine di aumentare la loro capacita’ di promozione di attivita’ di denuncia delle violazioni dei diritti umani e del lavoro e di iniziativa democratica". Infine, "ad agire in tutte le sedi internazionali - si legge nella mozione - per sostenere l'avvio del dialogo tra le parti interessate a una rapida transizione verso la democrazia in Birmania". Le parlamentari sottolineano che "i diritti umani fondamentali - come riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale, sanciti dalle Dichiarazioni delle Nazioni Unite e richiamati nel Trattato per la Costituzione dell'Europa - rappresentano l'orizzonte comune dei popoli di tutto il mondo e devono costituire un riferimento costante per la politica internazionale e, in particolare, per l'iniziativa dei governi democratici nei confronti dei Paesi in cui tali diritti sono disconosciuti e conculcati".
MOZIONE
Il Senato,
premesso che: il Premio Nobel per la Pace Daw Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, è da 13 anni agli arresti domiciliari;
in questo ultimo anno il numero dei detenuti politici è passato da 1100 ad oltre 2130 e questi sono vittime di torture, maltrattamenti e pesantissime condizioni carcerarie incluso il ricorso diffuso alla tortura e ai lavori forzati;
negli ultimi due mesi sono stati condannati a pene detentive che vanno sino a 68 anni di carcere 186 detenuti politici, membri dell’NLD, della cosiddetta "Generazione '88"; tra essi sindacalisti, attori, giornalisti, monaci che hanno la sola responsabilita’ di aver tentato di esprimere liberamente la loro opinione nelle cosiddetta "rivoluzione zafferano" del settembre 2007;
l'appello del 3 ottobre 2008 di Navanethem Pillay, recentemente nominato Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha richiesto alle autorità militari birmane il rilascio di tutti i prigionieri;
l’appello al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon di 112 ex capi di Stato e di governo chiede la liberazione immediata e incondizionata di tutti i detenuti politici inclusa Daw Aung San Suu Kyi;
la giunta militare birmana rifiuta deliberatamente di adottare qualsiasi misura preventiva o di salvaguardia contro la grave carestia che sta minacciando lo Stato di Chin nella parte occidentale del paese;
secondo l’autorevole rapporto della Campagna Internazionale per la messa al bando delle mine, la Birmania è una dei due paesi al mondo il cui esercito continua ad usare mine antiuomo; nel 2007 le vittime delle mine sono aumentate del 76% e il regime sta incrementando la presenza di campi minati soprattutto al confine tra Birmania e Bangladesh;
come denunciato dall’ILO, si perpetua nel paese la pratica del lavoro forzato e la giunta militare utilizza direttamente ed indirettamente il lavoro forzato per la costruzione di strade, dighe e la ricostruzione delle zone colpite dal Ciclone Nargis; a 10 anni dalle raccomandazioni della Commissione di Inchiesta dell’ILO, la giunta militare non ha adottato alcuna delle raccomandazioni per la eliminazione del lavoro forzato;
la medesima Commissione di Inchiesta ILO ha dichiarato il lavoro forzato come un crimine contro l’umanita’ e il Consiglio di Amministrzione ha deciso di mantenere aperta la possibilita’ di chiedere un parere consultivo urgente alla Corte Internazionale di giustizia per la violazione della Convenzione ILO sul lavoro forzato n. 29 e le istituzioni internazionali, i governi, gli imprenditori e le parti sociali sono chiamate a rivedere i propri rapporti con la Birmania in modo da evitare che questi possano contribuire al lavoro forzato;
la giunta militare birmana continua a reclutare bambini soldato;
la Commissione ILO sulla liberta’ sindacale ha presentato le conclusioni del suo lavoro e ha condannato duramente nella sessione di novembre 2008 la giunta militare per la violazione di questo diritto umano fondamentale, attraverso la condanna all’ergastolo di sindacalisti e la definizione del sindacato birmano come organizzazione terrorista;
le autorita’ militari birmane continuano le deportazioni forzate di migliaia di abitanti dei villaggi e le violenze e le intimidazioni hanno prodotto un aumento del numero dei rifugiati interni e nei paesi limitrofi che spesso cadono vittima di traffici di esseri umani e di sfruttamento sessuale ed economico;
la Commissione dell'ONU sulle donne (CEDAW) ha condannato la cultura di impunita’ nel trattamento dei perpetratori degli stupri;
la situazione dei diritti umani è ulteriormente deteriorata e, nonostante le raccomandazioni delle istituzioni internazionali, la repressione politica continua incessantemente;
il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha annunciato la decisione di rinunciare alla prevista visita in Birmania che avrebbe dovuto avvenire entro il mese di dicembre 2008 a causa della assenza dei presupposti che permettessero la ripresa del dialogo;
l'inviato speciale dell'Unione Europea per la Birmania, Piero Fassino, ha riaffermato il disappunto della comunità internazionale di fronte all'atteggiamento della giunta, e la comunità internazionale non ha intenzione di arrendersi allo status quo né può accettare un Paese ridotto alla fame e privo di ogni libertà civile;
nel corso del Ciclone Nargis le autorità birmane hanno impedito per lungo tempo l’accesso nel paese di esperti e di organizzazioni umanitarie per la gestione della emergenza;
le Nazioni Unite hanno reso noto nell'agosto 2008 che le autorità militari birmane si erano appropriate in modo illecito di una parte di aiuti umanitari destinati alla Birmania applicando falsi tassi di cambio;
a seguito del tempestivo intervento del Segretario generale ONU vi è stata una apertura limitata alle organizzazioni internazionali;
le autorità militari birmane hanno bloccato l'accesso via Internet ai mezzi di comunicazione liberi, hanno vietato la diffusione delle fonti di informazione indipendenti e hanno arrestato i cosiddetti "cyberdissidenti" per aver tentato di esprimere liberamente le loro opinioni politiche;
nonostante la gravissima crisi umanitaria determinata dal ciclone Nargis, e l’assenza delle condizioni minime di trasparenza e di rispetto degli standard internazionali le autorità birmane hanno deciso di tenere un referendum per la approvazione della bozza di costituzione il 10 maggio in tutto il paese ed il 24 maggio 2008 nelle zone colpite dal ciclone;
dai rapporti ricevuti dalle organizzazioni democratiche si sono registrate diffuse minacce, ritorsioni e situazioni nelle quali le schede del referendum erano state gia’ votate;
l’auspicato dialogo con le forze democratiche, con i rappresentanti delle minoranze etniche e della Lega Nazionale della Democrazia non ha avuto luogo; la bozza di costituzione non è stata frutto di un dialogo inclusivo e democratico, e la stessa mira a garantire la prosecuzione del potere politico dei militari e a limitare e condizionare pesantemente lo sviluppo di istituzioni pienamente democratiche;
la giunta militare si è impegnata a costruire un reattore nucleare e tali responsabilità non sono state affidate al Ministro della energia ma al ministro della difesa, creando i presupposti perchè tale reattore sia destinato a scopi militari;
numerose iniziative sono state assunte in Italia, in modo particolare dagli Enti Locali, per il sostegno al popolo birmano e ad Aung San Suu Kyi conferendo a lei e ad altri detenuti politici la cittadinanza onoraria;
i diritti umani fondamentali - come riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale, sanciti dalle Dichiarazioni delle Nazioni Unite e richiamati nel Trattato per la Costituzione dell'Europa - rappresentano l'orizzonte comune dei popoli di tutto il mondo e devono costituire un riferimento costante per la politica internazionale e, in particolare, per l'iniziativa dei governi democratici nei confronti dei Paesi in cui tali diritti sono disconosciuti e conculcati;
il diritto alla libertà in tutte le sue manifestazioni è un bene universale che non conosce confini geografici, in quanto appartenente all'intera famiglia umana e al futuro delle nuove generazioni;
particolare rilievo assume il richiamo ai diritti umani universali con riferimento alle donne, come espressamente sancito dalle Conferenze mondiali dell'ONU e in particolare dalla Conferenza di Pechino nel 1995;
il 10 dicembre 2008 ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo;
auspicando che:
a. vi sia la immediata e incondizionata liberazione di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, agli arresti domiciliari da 13 anni;
b. vi sia la immediata liberazione di tutti prigionieri politici;
c. siano fornite cure mediche ai prigionieri politici e il Comitato Internazionale della Croce Rossa possa riprendere le visite;
d. il Segretario Generale dell’ONU metta in atto con urgenza tutte le iniziative necessarie, compresa una risoluzione del Consiglio di Sicurezza al fine di poter sbloccare la gravissima situazione di stallo attuale e per la liberazione di tutti i detenuti politici, affinchè sia avviato un vero dialogo tripartito con tutte le forze politiche democratiche e la leader Aung San Suu Kyi, siano fissate scadenze e parametri per le riforme e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adotti ulteriori misure nei confronti della Birmania in caso di mancato rispetto delle scadenze e dei parametri stabiliti;
e. gli Stati dell'ASEAN (Associazione dei Paesi del Sud Est Asiatico) rafforzino l’iniziativa politica e diplomatica nei confronti della giunta militare per il rilascio dei detenuti politici e l’avvio di un concreto dialogo tripartito;
f. sia condannata fermamente la pulizia etnica perpetrata contro le minoranze etniche e in particolare i Karen;
g. siano invalidati i risultati del referendum del 10 maggio 2008 e la costituzione conseguentemente approvata, richiedendo alla Unione Europea di mettere in atto tutte le iniziative necessarie ad evitare che la giunta militare promuova le elezioni del 2010 sulla base di una costituzione elaborata senza tutte le parti interessate e che prevede istituzioni in cui l’esercito continua a mantenere un peso preponderante e senza aver messo in atto un vero dialogo per la democrazia;
h. sia espressa viva preoccupazione per il fatto che l'organo investigativo istituito dalla giunta militare per indagare sulle morti, gli arresti e le sparizioni legate alle manifestazioni pacifiche del settembre 2007 non abbia fornito alcun risultato e sia chiesto alle autorità birmane di facilitare le operazioni di una commissione investigativa patrocinata dalle Nazioni Unite;
i. siano sollecitati i governi di Cina, India e Russia a utilizzare nei confronti delle autorità birmane i considerevoli mezzi di pressione economici e politici di cui dispongono al fine di favorire il conseguimento di progressi sostanziali nel paese e invitandoli a cessare di fornire armi e altre risorse strategiche;
l. sia espressa forte preoccupazione per la costruzione di un reattore nucleare sperimentale e si chieda alla Aiea di porre in atto tutte le verifiche necessarie ad evitare che si costruisca un reattore a fini militari;
impegna il Governo
a. ad agire in seno al Consiglio Europeo per il rafforzamento delle sanzioni economiche mirate della Unione Europea al fine di includere nei settori interessati dalle sanzioni previste dal regolamento (CE) n. 194/2008, del 25 febbraio 2008, il divieto di accesso ai servizi bancari internazionali per le imprese e i conglomerati di proprietà dei militari birmani o strettamente legati agli stessi, la sospensione di tutte le importazioni di prodotti tessili fabbricati in Birmania, l'impedimento all'accesso per alcuni generali e le loro famiglie alle possibilità commerciali, alle cure sanitarie, agli acquisti di merci e all'istruzione all'estero;
b. a mettere in atto attraverso lo strumento della cooperazione allo sviluppo non solo iniziative di aiuto umanitario ma anche programmi mirati al sostegno e al rafforzamento delle organizzazioni democratiche birmane in esilio al fine di aumentare la loro capacita’ di promozione di attivita’ di denuncia delle violazioni dei diritti umani e del lavoro e di iniziativa democratica;
c. ad agire in tutte le sedi internazionali per sostenere l'avvio del dialogo tra le parti interessate a una rapida transizione verso la democrazia in Birmania.
3 dicembre 2008. Seconda audizione presso il Comitato parlamentare Schengen del Sottosegretario al Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali Ferruccio Fazio, in merito alle nuove politiche europee in materia d'immigrazione.
26 novembre 2008. Audizione presso il Comitato parlamentare Schengen del Sottosegretario al Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali Ferruccio Fazio, in merito alle nuove politiche europee in materia d'immigrazione. Al termine, il Presidente Margherita Boniver ha riferito sulla missione di una delegazione del Comitato nel centro di accoglienza per immigrati a Gradisca d'Isonzo (Gorizia).
20 novembre 2008. Il Comitato parlamentare di controllo e vigilanza sull'attuazione dell'accordo di Schengen ha visitato la struttura che ospita il Cpt per immigrati clandestini a Gradisca d'Isonzo (Gorizia).
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Progetto di legge
Presentato il 12 novembre 2008
Primi firmatari Della Vedova -Boniver
Disposizioni in materia di consenso informato e
di dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario
Relazione
Attorno ai temi del cosiddetto “fine vita” si sono animate, negli ultimi anni, alcune delle discussioni che hanno più profondamente coinvolto l’opinione pubblica e animato il dibattito scientifico, culturale e religioso.
Su questa peculiare questione bio-politica, sotto la spinta di casi di cronaca drammatici e controversi, si è aperto, anche in sede parlamentare, uno scontro politico estremamente acceso: a confrontarsi sono posizioni divergenti, quando non antitetiche, che però condividono la convinzione che la materia del “fine vita” meriti una disciplina legislativa più precisa e adeguata alla mutata realtà delle pratiche e delle tecnologie bio-mediche e alla loro accresciuta capacità di surrogare le principali funzioni vitali. Il fatto che la continuità biologica della vita umana possa essere oggi tecnologicamente “prorogata” oltre limiti fino a pochi anni fa inimmaginabili apre alla riflessione bio-etica scenari inediti.
A rendere urgente una legge sul testamento biologico non è però solo la maggiore attenzione civile per i temi bio-etici, che le speranze e le paure di una medicina sempre più “potente” ispirano nell’opinione pubblica. E’ anche (se non soprattutto) l’esigenza di preservare un ordine normativo che, nelle mutate condizioni imposte dai progressi della scienza bio-medica, salvaguardi il principio del consenso informato come fondamento delle relazioni terapeutiche.
Nell’affrontare questi temi, occorre scongiurare il rischio di contrapporre, sul piano giuridico, il “diritto alla cura” e quello alla “libertà di cura”, come se si trattasse di obiettivi e valori civili alternativi e inconciliabili. Legiferare sul cosiddetto testamento biologico non significa dunque “rifondare” i principi civili, giuridici e deontologici che disciplinano il rapporto fra medici e pazienti, ma rendere distinguibili i limiti e praticabili le condizioni di esercizio del diritto a esprimere, rifiutare o revocare il consenso ai trattamenti sanitari. Tra i doveri della medicina e i diritti dei malati, non può essere concettualmente ricercata, né giuridicamente istituita, una forma di surrettizia “subordinazione morale”. Al contrario il contenuto etico e civile delle relazioni terapeutiche, che la legge è chiamata a preservare e – oggi – a precisare, si sostanzia in uno “schema” che riconosce e rispetta, nei medici come nei pazienti, un’uguale dignità e un’uguale libertà ad operare e decidere in ragione del proprio sapere e delle proprie convinzioni morali.
All’interno di un ordinamento di cui sono chiari e inequivoci i principi ispiratori e i limiti costituzionali, il Parlamento è oggi chiamato ad aggiornare questo “schema”, rispondendo alle nuove questioni bio-politiche legate al “fine vita”, ed in particolare a quella, assolutamente centrale, delle modalità attraverso cui sia possibile, da parte dei pazienti, dettare disposizioni preventive in ordine ai trattamenti a cui essi siano (o meno) disponibili ad essere sottoposti. Quest’opera esige una realistica e prudente cautela, e, soprattutto, una capacità di approfondimento, che sappia fare tesoro del lavoro, che, negli scorsi anni, le istituzioni parlamentari hanno già compiuto, in un clima meno esposto ai “venti di guerra” che soffiano oggi nella discussione bio-etica, e quindi più propizio per giungere a soluzioni equilibrate.
In quest’opera, un pregevole punto di partenza (e, per noi, un auspicabile punto di arrivo) è costituito dal testo approvato dalla Commissione Sanità del Senato nel luglio 2005, dopo una lunga discussione congiunta su tre disegni di legge (Tomassini – assunto come testo base, e in larga misura recepito nella versione definitiva – Acciarini, e Ripamonti-Del Pennino).
Riteniamo utile ripresentare oggi quel testo: nella identica versione e per le medesime ragioni, per cui aveva meritato un ampio e trasversale consenso. Molto, a distanza di soli 3 anni, dovrebbe essere conservato e apprezzato dell’intelligenza normativa di cui la Commissione Sanità del Senato seppe, in quell’occasione, dare prova con ammirevole maturità politica.
L’articolo 1 del presente disegno di legge definisce il contenuto normativo che, all’interno dell’articolato, è espresso dalle locuzioni: “dichiarazioni anticipate di trattamento”, “mandato in previsione dell’incapacità”, “trattamento sanitario” e “privo di capacità decisionale”.
L’articolo 2 disciplina la materia del consenso informato e delle informazioni rese, a questo fine, ai pazienti circa diagnosi, prognosi, scopo e natura del trattamento proposto.
Gli articoli 3 e 4 indicano in quali termini e da quali soggetti siano adottabili “decisioni sostitutive”, in merito ai trattamenti sanitari di pazienti che versino nello stato di incapacità di accordare e rifiutare il proprio consenso.
L’articolo 5 dispone le norme applicabili per i casi di urgenza, rispetto a pazienti cui non possa essere chiesto e ottenuto il consenso ai trattamenti sanitari.
Gli articoli 6 e 7 disciplinano i casi relativi ai soggetti minori e interdetti.
L’articolo 8 disciplina le modalità attraverso cui debbano essere risolti i contrasti tra soggetti ugualmente legittimati a esprimere il consenso al trattamento sanitario, in vece del paziente in stato di incapacità.
Gli articoli 9, 10 e 11 disciplinano la stipula, l’esercizio, le modalità di controllo e l’estinzione del “mandato in previsione dell’incapacità”, cioè del contratto attraverso cui un disponente/mandante conferisce ad un terzo il potere di compiere atti giuridici in nome e nell’interesse del rappresentato. Tra gli atti di cui si conferisce potere al mandatario non sono ricomprese le “decisioni sostitutive” in ordine ai trattamenti sanitari, che sono invece esercitate con le modalità e dai soggetti individuati all’art. 3.
Agli articoli 12 e 13 sono disciplinati il contenuto e i termini di efficacia della “dichiarazione anticipata di trattamento” e delle nomina del fiduciario, cui è delegata l’esecuzione della volontà del disponente in ordine ai trattamenti sanitari, alla donazione di organi, alle modalità di sepoltura e all’assistenza religiosa.
L’art. 14 disciplina le modalità di modifica e revoca della dichiarazione anticipata di trattamento e del mandato in previsione dell’incapacità.
L’articolo 15 istituisce il registro dei mandati in previsione dell’incapacità e delle dichiarazioni anticipate di trattamento.
L’articolo 16 esenta il mandato in previsione dell’incapacità e la dichiarazione anticipata di trattamento dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualunque altro tributo.
Art. 1. |
(Definizioni) |
1. Ai sensi della presente legge si intende per: |
a) dichiarazioni anticipate di trattamento: l’atto scritto con il quale taluno dispone in merito ai trattamenti sanitari, nonché in ordine all’uso del proprio corpo o di parte di esso, nei casi consentiti dalla legge, alle modalità di sepoltura e alla assistenza religiosa; |
b) mandato in previsione dell’incapacità: il contratto con il quale si attribuisce al mandatario il potere di compiere atti giuridici in nome e nell’interesse del rappresentato in caso di incapacità sopravvenuta di quest’ultimo; |
c) trattamento sanitario: ogni trattamento sanitario praticato, con qualsiasi mezzo, per scopi connessi alla tutela della salute, a fini terapeutici, diagnostici, palliativi nonché estetici; |
d) privo di capacità decisionale: colui che, anche temporaneamente, non è in grado di comprendere le informazioni di base circa il trattamento sanitario ed apprezzare le conseguenze che ragionevolmente possono derivare dalla propria decisione. |
Art. 2. |
(Consenso informato) |
1. Il trattamento sanitario è subordinato all’esplicito ed espresso consenso dell’interessato, prestato in modo libero e consapevole. |
2. L’espressione del consenso è preceduta da accurate informazioni rese in maniera completa e comprensibile circa diagnosi, prognosi, scopo e natura del trattamento proposto, benefici e rischi prospettabili, eventuali effetti collaterali, nonché circa le possibili alternative e le conseguenze del rifiuto del trattamento. |
3. È fatto salvo il diritto del soggetto interessato, che presti o non presti il consenso al trattamento, di rifiutare in tutto o in parte le informazioni che gli competono; il rifiuto può intervenire in qualunque momento. |
4. Il consenso al trattamento può essere sempre revocato, anche parzialmente. |
Art. 3. |
(Decisioni sostitutive) |
1. Nel caso in cui la persona da sottoporre al trattamento sanitario versi nello stato di incapacità di accordare o rifiutare il proprio consenso, si ha riguardo alla volontà espressa nella dichiarazione anticipata di trattamento e in subordine a quella manifestata dal fiduciario nominato ai sensi dell’articolo 12 o, in mancanza di questo, dalle persone indicate nel comma 2. |
2. Ove non ricorrano le circostanze di cui al comma 1, il consenso o il dissenso al trattamento sanitario è espresso, ove siano stati nominati, dall’amministratore di sostegno o dal tutore, ed in mancanza, nell’ordine: dal coniuge non separato legalmente o di fatto, dai figli, dal convivente stabile ai sensi della legge 28 marzo 2001, n. 149, dai genitori, dai parenti entro il quarto grado. |
3. In caso di impossibilità di decidere ai sensi dei commi 1 e 2, è dato ricorso al giudice tutelare. |
Art. 4. |
(Migliore interesse) |
1. Colui che presta o rifiuta il consenso ai trattamenti di cui all’articolo 1, per conto di altri che versi in stato di incapacità, è tenuto ad agire nell’esclusivo e migliore interesse dell’incapace, tenendo conto della volontà espressa da quest’ultimo in precedenza, nonché dei valori e delle convinzioni notoriamente proprie della persona in stato di incapacità. |
Art. 5. |
(Situazione d’urgenza) |
1. Non è richiesto il consenso al trattamento sanitario quando la vita della persona incapace sia in pericolo e il suo consenso o dissenso non possa essere ottenuto e la sua integrità fisica sia minacciata. |
2. Il consenso al trattamento sanitario del minore non è richiesto quando il minore stesso versi in pericolo di vita o sia minacciata la sua integrità fisica. |
Art. 6. |
(Soggetti minori) |
1. Il consenso al trattamento medico del minore è accordato o rifiutato dagli esercenti la potestà parentale, la tutela o l’amministrazione di sostegno; la decisione di tali soggetti è adottata avendo come scopo esclusivo la salvaguardia della salute psico-fisica del minore. |
2. Il minore che ha compiuto i quattordici anni presta personalmente il consenso al trattamento medico. |
3. Ove il trattamento cui il minore che ha compiuto i quattordici anni deve essere sottoposto comporti serio rischio per la salute o conseguenze gravi o permanenti, la decisione del minore è confermata dagli esercenti la potestà genitoriale, la tutela o l’amministrazione di sostegno ai sensi del comma 1. |
4. In caso di contrasto si applicano le disposizioni di cui all’articolo 8. |
Art. 7. |
(Interdetti) |
1. Il consenso al trattamento medico del soggetto maggiore di età, interdetto o inabilitato, legalmente rappresentato o assistito, ai sensi di quanto disposto dal codice civile, è espresso dallo stesso interessato unitamente al tutore o curatore. |
Art. 8. |
(Contrasti) |
1. In caso di contrasto tra soggetti parimenti legittimati ad esprimere il consenso al trattamento sanitario, la decisione è assunta, su istanza del pubblico ministero, dal giudice tutelare o in caso di urgenza da quest’ultimo sentito il medico curante. |
2. L’autorizzazione giudiziaria è necessaria in caso di inadempimento o di rifiuto ingiustificato di prestazione del consenso o del dissenso ad un trattamento sanitario da parte di soggetti legittimati ad esprimerlo nei confronti di incapaci. |
3. Nei casi di cui al comma 2, il medico è tenuto a fare immediata segnalazione al pubblico ministero. |
Art. 9. |
(Del mandato in previsione dell’incapacità) |
1. Il mandato in previsione dell’incapacità è il contratto con cui si prevede la sostituzione di una o più persone per il caso in cui il mandante non possa o non voglia portare a compimento l’incarico. |
2. Il mandato in previsione dell’incapacità è conferito con atto pubblico, con o senza procura; il mandato è accettato contestualmente ed è contenuto nello stesso atto oppure successivamente in un atto redatto nella medesima forma. |
3. Il mandato in previsione dell’incapacità è gratuito. |
4. Il notaio che riceve un mandato in previsione dell’incapacità ne invia copia, nel più breve tempo possibile, al registro di cui all’articolo 15. |
5. Per quanto non previsto nella presente legge trovano applicazione, ove compatibili, le disposizioni di cui agli articoli 1703 e seguenti del codice civile. |
Art. 10. |
(Rendiconto e controllo) |
1. La correttezza e la diligenza dell’operato del mandatario sono sottoposte al controllo del giudice tutelare. |
2. L’attività di controllo del giudice tutelare sulle modalità di adempimento del mandato è sollecitata anche attraverso istanza dei soggetti interessati. |
3. Con decreto motivato, il giudice tutelare dichiara la cessazione e l’efficacia del mandato e provvede alla nomina di un amministratore di sostegno. |
4. Il mandante può prevedere che sia predisposto inventario indicandone le modalità. |
Art. 11. |
(Estinzione del mandato) |
1. Il mandato si estingue: |
a) per morte, rinuncia o sopravvenuta incapacità del mandatario; |
b) per revoca; |
c) per dichiarazione di inefficacia pronunciata dal tribunale. |
2. Gli effetti del mandato sono sospesi durante il periodo in cui il rappresentato riacquista la capacità di intendere e volere. |
Art. 12. |
(Della dichiarazione anticipata
di trattamento) |
1. La dichiarazione anticipata di trattamento è l’atto di volontà redatto per atto pubblico notarile, alla formazione del quale può intervenire un medico che assista il disponente. |
2. Il notaio che riceve una dichiarazione anticipata di trattamento ne invia copia nel più breve tempo possibile al registro di cui all’articolo 15. |
3. Nella dichiarazione anticipata di trattamento è contenuta la nomina di un fiduciario cui sono affidate le decisioni di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a). |
4. Il fiduciario nell’esecuzione delle disposizioni attua la volontà del disponente quale risultante dalla lettera della dichiarazione anticipata di trattamento e dall’attività rivolta ad indagare e ricostruire il significato da attribuire alle dichiarazioni; in mancanza di istruzioni opera nel migliore interesse dell’incapace ai sensi dell’articolo 4. |
5. Trovano applicazione, ove compatibili, le disposizioni di cui agli articoli 587 e seguenti del codice civile. |
Art. 13. |
(Efficacia) |
1. La dichiarazione anticipata di trattamento produce effetto dal momento in cui interviene lo stato di incapacità decisionale del predisponente. |
2. Lo stato di incapacità è accertato e certificato da un collegio composto da tre medici, di cui un neurologo, uno psichiatra e un medico specializzato nella patologia di cui è affetto il disponente, designati dal presidente dell’ordine dei medici o da un suo delegato, su istanza di chiunque ritenga averne interesse o titolo. |
3. Il medico curante non fa parte del collegio ed è sentito da quest’ultimo ove sia possibile ovvero sia ritenuto opportuno e necessario. |
4. Accertata la sussistenza dell’incapacità, il collegio ne dà immediata comunicazione per l’annotazione nel registro di cui all’articolo 15. |
5. La certificazione è notificata immediatamente al fiduciario o al mandatario, ai familiari e ai conviventi che possono proporne l’annullamento con il ricorso al giudice tutelare. |
6. Le direttive contenute nella dichiarazione anticipata di trattamento sono impegnative per le scelte sanitarie del medico, il quale può disattenderle solo quando non più corrispondenti a quanto l’interessato aveva espressamente previsto al momento della redazione della dichiarazione anticipata di trattamento, sulla base degli sviluppi delle conoscenze scientifiche e terapeutiche, e indicando compiutamente le motivazioni della decisione nella cartella clinica. |
Art. 14. |
(Revoca) |
1. La dichiarazione anticipata di trattamento e il mandato in previsione dell’incapacità sono rinnovabili, modificabili o revocabili in qualsiasi momento con le medesime forme previste per la loro formazione. |
2. In caso di urgenza, la revoca è espressa liberamente in presenza di due testimoni al medico curante che ne rilascia certificazione a margine dell’atto revocato e nel registro di cui all’articolo 15. |
Art. 15. |
(Registro dei mandati in previsione
dell’incapacità e delle dichiarazioni
anticipate di trattamento) |
1. Il contenuto della dichiarazione anticipata di trattamento e le convenzioni oggetto del mandato in previsione dell’incapacità non sono considerati, ai fini della presente legge, dati sensibili ai sensi della legge 31 dicembre 1996, n. 675. |
2. È istituito il registro dei mandati in previsione dell’incapacità e delle dichiarazioni anticipate di trattamento nell’ambito di un archivio unico nazionale informatico presso il Consiglio nazionale del notariato. |
3. L’archivio unico nazionale informatico è consultabile, in via telematica, unicamente dai notai, dall’autorità giudiziaria, dai dirigenti sanitari e dai medici responsabili del trattamento sanitario di soggetti in caso di incapacità. |
4. Con decreto del Ministro per l’innovazione e le tecnologie, di intesa con il Ministro della giustizia e con il presidente del consiglio del notariato, da emanare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge sono stabilite le regole tecniche e le modalità di tenuta e consultazione del registro di cui al comma 2. |
Art. 16. |
(Disposizioni finali) |
1. La dichiarazione anticipata di trattamento e il mandato in previsione dell’incapacità, le copie degli stessi, le formalità, le certificazioni, e qualsiasi altro documento sia cartaceo sia elettronico ad essi connesso e da essi dipendente non sono soggetti all’obbligo di registrazione e sono esenti dall’imposta di bollo e da qualunque altro tributo. |
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7 novembre 2008. Comitato Schengen, incontro con delegazione parlamentari boliviani
5 novembre 2008. Audizione Prefetto Mario Morcone
Presso il Comitato parlamentare di controllo su Schengen, Immigrazione ed Europol, audizione del del Capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione presso il ministero dell’Interno Prefetto Mario Morcone.
15 Ottobre 2008. Audizione Ministro Maroni
Presso il Comitato parlamentare di controllo su Schengen, Immigrazione ed Europol, audizione del Ministro dell'Interno Roberto Maroni in merito alle misure avviate per migliorare l'efficacia della normativa in materia di immigrazione.
10 ottobre 2008 - Comitato Schengen e immigrazione. Lampedusa
Visita al Cpa di Lampedusa e incontro con le Agenzie Umanitarie, le Forze d’Odine e gli Immigrati.
8 ottobre 2008 - Comitato Schengen e immigrazione - Palazzo San Macuto
0re 14 – audizione del ministro Esteri Franco Frattini sulle politiche internazionali in materia d’immigrazione.
2 Luglio 2008 - Intervento di Margherita Boniver in occasione dell’audizione del Ministro degli Esteri Franco Frattini di fronte alle commissione Esteri Camera e Senato riunite

Dichiarazione di voto di Margherita Boniver per il PdL
sul trattato di Lisbona

MARGHERITA BONIVER
Signor Presidente, onorevole Ministro e onorevoli colleghi,
Da decenni si discute sul modo di rendere le istituzioni europee più efficienti e soprattutto più vicine alle aspettative dei cittadini. Questa è stata una battaglia storica della Lega Nord, e noi la sposiamo interamente. In altre parole, vogliamo istituzioni più democratiche e più comprensibili.
È stata fino ad ora una corsa ad ostacoli, con molti traguardi raggiunti e molti fossati ancora da colmare. Difficile ignorare la più bruciante delle ultime sconfitte ai punti, che è stata inferta dal referendum irlandese, quasi fosse un evento inaspettato, che ha suscitato allarme e incredulità. Il «no» di Dublino, capitale di una delle più vistose success stories, che deve all'Europa la formidabile crescita del suo PIL e la spavalda avanzata verso la società della conoscenza, grazie ai generosi benefit di cui aveva fatto man bassa, ha lasciato anche i più acuti osservatori senza fiato. È un risultato che non lascia dubbi e che si assomma agli altri «no» - altrettanto brucianti - francesi e olandesi, che avevano bocciato allegramente il progetto di Costituzione dell'Europa. Una doccia fredda, quindi una realtà ci lascia pieni di dubbi, che si assommano ai dubbi che costantemente vengono portati avanti dalle istituzioni, che non sono ancora state riformate.
Innanzitutto, dobbiamo interrogarci sul metodo più giusto per non interrompere lo straordinario cammino tracciato dai padri fondatori, tra i quali Jean Monnet, Adenauer, De Gasperi, Schumann, Spinelli fin dal lontano 1957. Comunque, dobbiamo interrogarci sul modo migliore per conciliare le esigenze imposte dai tumultuosi cambiamenti che incalzano un mondo globalizzato, che non accetta ritardi e vischiosità. È giusta, quindi, la via scelta da molti Paesi dopo lo «schiaffo» irlandese: siamo di fronte ad un atto di fede. Il coraggio della ragione, ad esempio, ha convinto la Camera dei lord a ratificare il Trattato di Lisbona, pochi giorni dopo il risultato negativo di Dublino. Il Senato italiano lo ha fatto all'unanimità. Oggi passiamo il traguardo dei 23 Paesi che dicono «sì» al Trattato. È una scelta corretta, che forse suscita pochi entusiasmi, ma che riteniamo giusta e necessaria.
Di buono, nel Trattato di Lisbona, vi è parecchio: razionalizza i trattati esistenti, valorizza il rapporto tra Commissione, Parlamento europeo e Assemblee nazionali, tratteggia un'Europa più democratica e trasparente. Avremo quindi un'Europa più efficiente, che semplifica i suoi metodi di lavoro e le norme di voto, si dota di istituzioni più moderne e adeguate all'Unione dei 27 e dispone di una maggiore capacità di intervenire nei settori di massima priorità per l'Unione di oggi. Quindi, un processo decisionale più efficace: il voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio sarà esteso a nuovi ambiti politici per accelerare e renderlo più efficiente.
Un quadro istituzionale più stabile e più semplice: il Trattato istituisce la figura del Presidente del Consiglio europeo, eletto per un mandato di due anni e mezzo, prevede nuove disposizioni per la futura composizione del Parlamento e per una Commissione ridotta nei suoi ranghi. Migliora la qualità della vita degli europei: il Trattato la migliora facendo propria la capacità di azione dell'Unione in diversi settori prioritari per tutti i suoi cittadini. È quanto avviene, in modo particolare, nel campo della libertà, sicurezza e giustizia, per affrontare problemi come la lotta al terrorismo, alla criminalità, all'immigrazione clandestina.
Avremo un'Europa di diritti e valori, di libertà, solidarietà e sicurezza, che promuove i valori dell'Unione europea, integra la Carta dei diritti fondamentali nel diritto primario europeo, prevede nuovi meccanismi di solidarietà e garantisce una migliore protezione dei cittadini europei. Ma non illudiamoci troppo. Che dire, ad esempio, della flebile Europa á la carte - come l'ha definita Barroso - che ammette le deroghe, sancite dal Trattato di Lisbona, dell'opting out, con la conseguenza che oggi abbiamo tre fattispecie di Paesi membri: i «Paesi euro», quelli in deroga e le nazioni alle quali è stato riconosciuto il diritto di non aderire. Non era, forse, il nostro obiettivo, a lungo desiderato, quello di un'Unione che fosse per tutti i soci insieme economica e monetaria? Il risultato finale è quello di una superpotenza economica, che fatica a parlare e a comportarsi di conseguenza. Un ibrido si dirà, ma non dobbiamo essere ingenerosi. Malgrado un diffuso sentimento di scetticismo, che è nostro dovere politico combattere con tutta la nostra forza, l'idea di Europa è ancora un modello vincente che ci viene invidiato - a volte copiato senza successo - e del tutto irripetibile nell'odierno scenario politico.
Questa è la ragione che impone l'accelerazione del processo di ratifica e questo è il motivo principale per il quale desideriamo, ancora una volta, ribadire con molta forza il nostro voto favorevole sulla ratifica del Trattato di Lisbona (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà – Congratulazioni
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Proposta di legge 4 luglio.


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Intervento dell’On. Margherita Boniver durante il dibattito sulla fiducia al Governo Berlusconi
Roma 13 maggio 2008
Onorevole Presidente del Consiglio, Onorevoli Ministri, Colleghi,
la politica estera del suo Governo nel quinquennio 2001-2006 è stata improntata alle famose tre C che stanno per coraggio, coerenza, continuità
CORAGGIO per aver inviato i nostri militari su due teatri così cruciali come quello afgano e quello iracheno. In Afganistan l’Italia ha subito assunto un ruolo primario a fianco dei nostri maggiori alleati per rovesciare il brutale destino di un popolo che negli ultimi 25 anni ha conosciuto solo gli orrori della invasione sovietica e della lunghissima guerra civile approdata nel regime oscurantista dei Taleban.
In Irak l’apprezzatissimo compito svolto dal nostro contingente nella ricostruzione di quel Paese e il contrasto al terrorismo costato un altissimo prezzo di sangue, è ancora evocato e additato come esempio di cooperazione di pace.
COERENZA per aver saputo difendere e mantenere queste missioni sottoposte a molteplici e complessi dibattiti parlamentari ma anche ad imponenti manifestazioni “pacifiste” il cui spirito di fondo rivelava un pervicace strabismo politico e un antiamericanismo duro a morire, la classica cifra di tanta sinistra italiana.
CONTINUITA’ perché i tre pilastri fondamentali della nostra politica estera, atlantismo, Europa politica mediterranea hanno goduto di un formidabile rilancio. Primo tra tutti per il rapporto davvero speciale con gli Stati Uniti d’America in un momento in cui hanno subìto la sfida più terribile della loro storia con gli attacchi alle Torri. Così come fondamentale è stata la sua azione nei confronti delle nazioni europee alla vigilia dell’allargamento a 27, che ha incluso tanti popoli che a lungo hanno sofferto sotto le dittature comuniste, per cui giustamente molti hanno parlato di riunificazione dell’Europa.
Infine le eccellenti relazioni con Israele e tanti paesi arabi hanno sempre premiato la nostra presenza sia in termini di scambi economici privilegiati che di cooperazione quando si è trattato di dossier delicati quali la lotta al terrorismo e il rilascio dei nostri ostaggi.
Cito sinteticamente solo i tratti più importanti della sua azione sullo scenario internazionale e vorrei anche ricordare quanto lei ebbe occasione di dire nello storico intervento di fronte al Congresso americano il 1 marzo del 2006: “La battaglia per la libertà dalla paura non è una battaglia a vantaggio soltanto dei cittadini dei Paesi che già vivono nella democrazia. E’ soprattutto una battaglia a vantaggio di quanti oggi vivono sotto regimi autoritari e illiberali. La storia ha dimostrato che l’aspirazione alla democrazia è universale e che libertà e democrazia sono positivamente contagiose. Quando i popoli sono esposti al vento della democrazia essi inevitabilmente rivendicano i propri diritti di libertà nei confronti dei loro governanti. Voi lo sapete bene perché il vostro Paese è il principale promotore di questo vento di libertà…...Solo con la democrazia infatti si può avere la libertà. E solo la libertà garantisce che gli individui possano sviluppare i propri talenti, possano mettere a frutto le loro energie, possano realizzarsi e conquistare il benessere. Non c’è quindi davanti a noi nessun’altra strada possibile se non quella di impegnarci tutti insieme, per diffondere la democrazia nel mondo.”
Due anni dopo l’agenda politica è in parte cambiata radicalmente e si profilano nuove formidabili sfide. Dalla minaccia delle armi nucleari presto in mano al regime iraniano alle continue interferenze sempre iraniana e siriana nel disgraziatissimo Libano; dalla perdurante sfida del terrorismo internazionale che colpisce indistintamente ignari civili a Tel Aviv, a Lahore, a Kabul, nelle località turistiche del Mar Rosso – solo per citarne alcune - la lista è ben più lunga; dallo sconvolgente scenario che si è aperto con i fortissimi aumenti dei cereali che mettono nuovamente a repentaglio la sopravvivenza stessa di quel miliardo di esseri umani costretti a vivere con un dollaro al giorno e che provoca rivolte in oltre trenta Paesi tra America latina, Asia ed Africa; dalla sostanziale impunità dei tanti regimi dittatoriali (sempre protetti e ben difesi dai veti nel CdS) che fanno strame di ogni dignità e utilizzano i loro sudditi come scudi umani, e anche qui la lista è incompleta: Korea del Nord, Birmania, lo Zimbabwe, il Darfur, solo per citare quelli che hanno l’onore della cronaca, di molti altri si sa ben poco.
Dobbiamo quindi chiederci COSA FARE affinché il Darfur non diventi solo una cause celebre per le stelle hollywodiane visto che il massacro delle popolazioni rurali inizia nel 2003 e che tutti gli strumenti messi in moto dalla comunità internazionale, non hanno posto ancora argine a quello che sta diventando un genocidio dimenticato.
COSA FARE affinché il folle regime militare comunista in Birmania – protetto dalle molte complicità internazionali - allenti la prese sul popolo martire, a cui viene persino impedito l’accesso agli aiuti umanitari dopo il ciclone che ha devastato il Paese qualche giorno fa provocando oltre centomila morti.
COSA FARE affinché l’assedio di Gerusalemme, di fatto cominciato con l’occupazione delle Milizie di Dio di alcuni quartieri di Beirut che può in qualsiasi momento congiungersi con le milizie di Hamas a Gaza, non abbia conseguenze più devastanti. Dobbiamo anche chiederci cosa fare di UNIFIL, oggi a guida italiana, che svolge con grande capacità e competenza il mandato di presidiare i confini con Israele.
Compito non privo di rischi ma anche limitato da regole di ingaggio volutamente ambigue, che dopo gli ultimi disastrosi atti golpisti nel Paese dei cedri, certificano l’esistenza di uno Stato nello Stato e la perfetta efficienza militare di Hezbollah.
COSA FARE nel teatro afghano dove da molto tempo la Nato chiede ai contingenti europei di assumere maggiori responsabilità operative con il conseguente abbandono delle limitazioni in corso.
Sappiamo che non è solo l’intervento militare a sostenere l’ancora fragile democrazia afghana ed il suo giovane presidente. Bisogna incrementare e accelerare quei sostegni economici e di ricostruzione che possano definitivamente fare la differenza per una popolazione ancora largamente provata da mille penurie.
E’ un’agenda molto impegnativa che necessita di interventi sia diretti che multilaterali ma soprattutto di una capacità decisionale e di risorse appropriate che certamente non mancheranno di manifestarsi.
Il G8 che si terrà a La Maddalena nel 2009 sarà un’occasione per Lei non solo di ospitare i leaders dei grandi Paesi ma anche di rappresentare un rinnovato ruolo del nostro Paese.
Un’Italia come protagonista responsabile in uno scenario internazionale complesso, un Paese che pur non essendo una grande potenza saprà dimostrare di avere una grande politica estera.
29 aprile 2008 - Prima firmataria Proposta di Legge “Istituzione di una lotteria umanitaria”
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PROPOSTA DI LEGGE
D’inziativa dei deputati: Boniver, Bertolini, Craxi, Fitto, Lussana, Mistrello, Destro, Paniz, Paoletti Tangheroni, Pizzolante, Prestigiacomo, Ravetto, Santelli.
Modifica all’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, 152, concernente l’uso dei mezzi atti ad ostacolare il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico. (presentata il 31 gennaio 2007)
Onorevoli colleghi! – L’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, proibisce l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico aperto al pubblico, senza giustificato motivo. La presente proposta di legge sopprime le parole: “senza giustifica motivo” rendendo di fatto, impossibile e, quindi, sanzionando l’uso di qualsiasi mezzo o indumento che renda difficoltoso il riconoscimento della persona.
Si vuole inoltre modificare la disposizione dell’artico 5, primo comma, della legge 22 maggio 1975, n. 152, prevedendo anche il divieto di circolare in pubblico indossando indumenti o copricapo che non consentono il riconoscimento della persona. La presente proposta di legge è di elementare buon senso e obbedisce ai principi fondamentali propri di uno Stato democratico laico e liberale che garantisce libertà religiosa, con il solo limite del rispetto delle regole stabilite dal nostro ordinamento, come espressamente indicato dall’articolo 8 della Costituzione.
Questo intervento legislativo non sarebbe stato necessario se la magistratura ordinaria ed amministrativa non avesse avuto un comportamento ambiguo e contraddittorio sulla vexata quaestio del velo islamico. Per nessuna ragione, neanche religiosa, si deve consentire a cittadini italiani o stranieri di violare le leggi del nostro Paese, circolando con il volto nascosto. L’eccessiva elasticità applicativa della legislazione vigente nuoce alla credibilità delle istituzioni democratiche. Per tali ragioni è necessario modificare la norma vigente in modo di evitare interpretazioni difformi e poco ortodosse da parte di alcuni magistrati.
PROPOSTA DI LEGGE
Art.1
All’articolo 5, primo comma, della legge 22 maggio 1975, n. 152, e successive modificazioni, il primo periodo è sostituito dal seguente: “E’ vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo o indumento o copricapo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico.
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